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lunedì 6 febbraio 2012
martedì 17 gennaio 2012
Mi ha detto mio cuGGino che da bambino una volta è morto
Maggio per molti è un mese come un altro.
In tantissimi lo trovano anche bellissimo, è il mese delle rose e dell'attesa dell'agognata bella stagione.
Maggio è per me il mese della terra che trema sotto i tuoi piedi e quando si ferma ti porta via una persona a cui vuoi molto bene. Una persona a cui, in sua assenza, ti senti ancora più legata. Un tassello che si rompe in un cerchio che ti ha sempre avvolto, sulla cui esistenza e continuità potevi contare.
Il mio maggio è il mese che dà un senso al verso di De Andrè: '' crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio.'' ma nella mia storia non c'è una guerra, una divisa o più semplicemente una causa per tutto ciò.
C'è solo l'amarezza delle domande che ti continui a porre pur sapendo che non hanno risposta. La fantasia infantile di poter tornare indietro e sistemare tutto, come in uno 'sliding doors' tutto tuo. Perché in fondo credi ancora di essere un eroe con l'intenzione di salvare tutti, di rimediare agli errori, specialmente quelli del tempo.
Forse è perché le tradizioni sono una cosa per famiglie che mio cugino decise, qualche maggio fa, di morire proprio in quel mese.
Peccato o per fortuna per lui, non ci riuscì.
Iniziò tutto con un rantolo notturno che, crescendo di intensità, impediva a mia zia, nella stanza accanto, di dormire.
Si alzò ed andò in camera di suo figlio.
Lo trovò nel suo letto rigido e cianotico, emetteva quel suono roco con una lentezza devastante e comunque troppo lontana dalla comune idea di respirazione.
Arrivò in ospedale in coma, stette molti giorni in rianimazione, giorni lunghi per chi è fuori ed entra in quello stanzone vestito con vestagliette e cuffie verdi.
Giorni che tali non erano per lui, sospeso in un limbo, affidato alle cure e alla sorte, cullato dal buio e dai rumori che, a poco a poco, riprese a sentire.
L'eroina e la cocaina assunte insieme gli avevano quasi fottuto il cuore, i polmoni, ed i reni.
E' quel quasi che lo ha salvato, oltre a quintalate di medicine suppongo.
Tra i parenti iniziò una pantomima che ricorderò a vita.
Gli occhi di alcuni di loro erano sinceramente sconvolti, come a dire: ''Come è possibile che sia successo proprio a noi? Queste sono cose da tv del pomeriggio, non esistono realmente!''.
Altri erano intenti a comunicare che ''sì, sapevano ma non fino a questo punto. Cioè, insomma credevo fosse drogato un po', non proprio tutto!''.
Altri occhi, abitualmente saccenti, ribadivano che ''sapevano sarebbe successo ma non con la dovuta precisione per poter spostare l'appuntamento dall'estetista e questo sì, ci secca abbastanza!''.
Altri invece erano sollevati '' meno male che è successo a tuo figlio e non al mio. Sulla base di un semplice calcolo delle probabilità da questo momento in poi più nessun ragazzo della nostra famiglia andrà in overdose e io potrò considerarmi un buon genitore. Oh, se così non dovesse essere, il prossimo cenone di Natale lo facciamo a San Patrignano e pazienza!''.
Alcune mie zie furono davvero brave nella recita, e non credo stessero improvvisando, penso piuttosto che dietro ci fosse un approfondito studio del copione, con prove ed esercitazioni, per arrivare a livelli sempre più alti.
Ma il premio della critica e la standing ovation va sicuramente a mio cugino più grande.
Un ragazzo oramai uomo, dotato di una grande positività, a molti test antidroga intendo.
Tornò nella sala d'attesa dopo la visita al capezzale del malato brandendo tra le mani il suo cellulare di ultima generazione, la stessa a cui vorrei appartenesse egli stesso, ed iniziò a far circolare l'aggeggio tra i parenti.
Credevo cercasse di attirare l'attenzione con l'enorme capacità di memoria per sms dell'oggetto o lo straordinario numero di megapixel della fotocamera integrata ma come al solito lo sottovalutavo.
Lui stava invece mostrando a tutti le foto appena scattate di mio cugino a petto nudo, sotto un lenzuolo bianco, con una pelle gialla ed un tubo, grande quanto quello dell'aspirapolvere, che gli usciva dalla bocca.
Pronunciava frasi da Fabrizio Corona dei poveri sulla necessità di mostrargliele una volta che avesse abbandonato il coma, sull'esigenza di stamparle e farne poster enormi.
Ho smesso di ascoltarlo prima che iniziasse a parlare della retrospettiva fotografica che era intenzionato a mettere su.
Ho cercato di estraniarmi ancora di più, non provando nemmeno a nascondere il mio sguardo spaesato.
Una settimana dopo, sempre in quel mese di maggio, mio cugino uscì dal coma.
Con il cuore di un ottantenne obeso e fumatore, la faccia ancora più lontana dalla realtà, e i disturbi di chi è in astinenza.
Sembrerebbe una storia di droga a lieto fine.
In realtà non lo è, e non so se esistano o meno.
L'educazione borghese che ho ricevuto mi porta ad essere sfiduciata.
Ma i dati concreti non mi contraddicono.
Mio cugino ha iniziato a frequentare il sert con regolarità, facendo amicizia con il metadone, avvicinandosi ancora, spesso e volentieri, alla cocaina e all'eroina, spero non di nuovo in combo.
Ha iniziato a rubare i soldi che gli vengono ora negati.
Li ruba in casa e fuori, per essere equo.
Ha iniziato a parlare di comunità, e di un gennaio, nel quale ci entrerà perché 'ora è veramente intenzionato a cambiare'.
Ed io ho capito che gennaio per i drogati è come lunedì per i sovrappeso: un inizio ipotetico.
In tantissimi lo trovano anche bellissimo, è il mese delle rose e dell'attesa dell'agognata bella stagione.
Maggio è per me il mese della terra che trema sotto i tuoi piedi e quando si ferma ti porta via una persona a cui vuoi molto bene. Una persona a cui, in sua assenza, ti senti ancora più legata. Un tassello che si rompe in un cerchio che ti ha sempre avvolto, sulla cui esistenza e continuità potevi contare.
Il mio maggio è il mese che dà un senso al verso di De Andrè: '' crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio.'' ma nella mia storia non c'è una guerra, una divisa o più semplicemente una causa per tutto ciò.
C'è solo l'amarezza delle domande che ti continui a porre pur sapendo che non hanno risposta. La fantasia infantile di poter tornare indietro e sistemare tutto, come in uno 'sliding doors' tutto tuo. Perché in fondo credi ancora di essere un eroe con l'intenzione di salvare tutti, di rimediare agli errori, specialmente quelli del tempo.
Forse è perché le tradizioni sono una cosa per famiglie che mio cugino decise, qualche maggio fa, di morire proprio in quel mese.
Peccato o per fortuna per lui, non ci riuscì.
Iniziò tutto con un rantolo notturno che, crescendo di intensità, impediva a mia zia, nella stanza accanto, di dormire.
Si alzò ed andò in camera di suo figlio.
Lo trovò nel suo letto rigido e cianotico, emetteva quel suono roco con una lentezza devastante e comunque troppo lontana dalla comune idea di respirazione.
Arrivò in ospedale in coma, stette molti giorni in rianimazione, giorni lunghi per chi è fuori ed entra in quello stanzone vestito con vestagliette e cuffie verdi.
Giorni che tali non erano per lui, sospeso in un limbo, affidato alle cure e alla sorte, cullato dal buio e dai rumori che, a poco a poco, riprese a sentire.
L'eroina e la cocaina assunte insieme gli avevano quasi fottuto il cuore, i polmoni, ed i reni.
E' quel quasi che lo ha salvato, oltre a quintalate di medicine suppongo.
Tra i parenti iniziò una pantomima che ricorderò a vita.
Gli occhi di alcuni di loro erano sinceramente sconvolti, come a dire: ''Come è possibile che sia successo proprio a noi? Queste sono cose da tv del pomeriggio, non esistono realmente!''.
Altri erano intenti a comunicare che ''sì, sapevano ma non fino a questo punto. Cioè, insomma credevo fosse drogato un po', non proprio tutto!''.
Altri occhi, abitualmente saccenti, ribadivano che ''sapevano sarebbe successo ma non con la dovuta precisione per poter spostare l'appuntamento dall'estetista e questo sì, ci secca abbastanza!''.
Altri invece erano sollevati '' meno male che è successo a tuo figlio e non al mio. Sulla base di un semplice calcolo delle probabilità da questo momento in poi più nessun ragazzo della nostra famiglia andrà in overdose e io potrò considerarmi un buon genitore. Oh, se così non dovesse essere, il prossimo cenone di Natale lo facciamo a San Patrignano e pazienza!''.
Alcune mie zie furono davvero brave nella recita, e non credo stessero improvvisando, penso piuttosto che dietro ci fosse un approfondito studio del copione, con prove ed esercitazioni, per arrivare a livelli sempre più alti.
Ma il premio della critica e la standing ovation va sicuramente a mio cugino più grande.
Un ragazzo oramai uomo, dotato di una grande positività, a molti test antidroga intendo.
Tornò nella sala d'attesa dopo la visita al capezzale del malato brandendo tra le mani il suo cellulare di ultima generazione, la stessa a cui vorrei appartenesse egli stesso, ed iniziò a far circolare l'aggeggio tra i parenti.
Credevo cercasse di attirare l'attenzione con l'enorme capacità di memoria per sms dell'oggetto o lo straordinario numero di megapixel della fotocamera integrata ma come al solito lo sottovalutavo.
Lui stava invece mostrando a tutti le foto appena scattate di mio cugino a petto nudo, sotto un lenzuolo bianco, con una pelle gialla ed un tubo, grande quanto quello dell'aspirapolvere, che gli usciva dalla bocca.
Pronunciava frasi da Fabrizio Corona dei poveri sulla necessità di mostrargliele una volta che avesse abbandonato il coma, sull'esigenza di stamparle e farne poster enormi.
Ho smesso di ascoltarlo prima che iniziasse a parlare della retrospettiva fotografica che era intenzionato a mettere su.
Ho cercato di estraniarmi ancora di più, non provando nemmeno a nascondere il mio sguardo spaesato.
Una settimana dopo, sempre in quel mese di maggio, mio cugino uscì dal coma.
Con il cuore di un ottantenne obeso e fumatore, la faccia ancora più lontana dalla realtà, e i disturbi di chi è in astinenza.
Sembrerebbe una storia di droga a lieto fine.
In realtà non lo è, e non so se esistano o meno.
L'educazione borghese che ho ricevuto mi porta ad essere sfiduciata.
Ma i dati concreti non mi contraddicono.
Mio cugino ha iniziato a frequentare il sert con regolarità, facendo amicizia con il metadone, avvicinandosi ancora, spesso e volentieri, alla cocaina e all'eroina, spero non di nuovo in combo.
Ha iniziato a rubare i soldi che gli vengono ora negati.
Li ruba in casa e fuori, per essere equo.
Ha iniziato a parlare di comunità, e di un gennaio, nel quale ci entrerà perché 'ora è veramente intenzionato a cambiare'.
Ed io ho capito che gennaio per i drogati è come lunedì per i sovrappeso: un inizio ipotetico.
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giovedì 24 novembre 2011
Trasloco
Splinder mi (ci) ha sfrattato.
Mi sono trasferita qui.
In ogni trasloco si perde qualcosa.
Io stavolta ho perso qualche post e qualche commento.
I primi recuperabili, i secondi no.
Spero di non perdere la costanza nel raccontare momenti, giorni, o anche solo sensazioni.
Spero di non incontrare di nuovo amanti del sesso virtuale.
Quello lo continuo a preferire quando è reale.
Mi sono trasferita qui.
In ogni trasloco si perde qualcosa.
Io stavolta ho perso qualche post e qualche commento.
I primi recuperabili, i secondi no.
Spero di non perdere la costanza nel raccontare momenti, giorni, o anche solo sensazioni.
Spero di non incontrare di nuovo amanti del sesso virtuale.
Quello lo continuo a preferire quando è reale.
venerdì 7 ottobre 2011
Il lato tragico
In sala d'attesa leggevo un articolo che parlava dei giovani italiani che non fanno più figli e come tutto ciò dipenda dalla crisi economica.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
lunedì 19 settembre 2011
Favorisca i documenti.
Non so esattamente per quale motivo ciò accada ma so sicuramente che se un uomo è in macchina con una donna non verrà fermato ad un eventuale posto di blocco o se fermato verrà trattato con clemenza.
So anche che se un carabiniere o un poliziotto ferma una macchina con 4 ragazze, spesso ubriache, il contollo durerà abbastanza da fare il piacione e farle ridere come papere felici della loro fortuna stretta tra le gambe.
E' un momento bellissimo quello. Puoi prenderli per il culo in maniera spudorata e non se la prenderanno, basta nascondere tutto dietro un sorrisone accattivante.
So esattamente che se organizzi una festa in una campagna isolata non dovresti avere problemi a meno che Augusto, il gay più rumoroso che tu conosca, non rimanga in mutande e berretto da marinaio e salga a cantare su un trattore.
In quel caso può succedere che qualcuno, spuntato dietro una foglia di fico suppongo, chiami i carabinieri.
E così mentre balli, urli, sudi, bevi, canti, e fumi sostanze lecite e non, i tuoi occhi si colorano dell' insipido blu polizia, direbbero i Subsonica, anche se questi erano carabinieri.
Allora ti ricomponi dietro la tua faccetta simpatica e rassicurante e inizi ad andare verso di loro.
Meglio attaccare, meglio non aspettare.
Ma Augusto con il passo tipico della gazzella in calore ti supera e si avvicina alla volante pronunciando la tipica frase da film, che aspettava di dire forse da 15 anni '' C'è qualche problema, agente?!''.
Con la g più frocia che tu abbia mai sentito.
Non sai se trattenere una bestemmia o una risata e nel dubbio le trattieni entrambe.
Ti fai seria nonostante tu abbia di fianco Braccio di Ferro smagrito e ricchione che pronuncia frasi come ' Venite a ballare con noi' e inizi a scusarti per il disagio procurato ( sì ma a chi? ai grilli? alle cicale? ai topi? ai serpenti? ai germogli, che ora infastiditi non germoglieranno più? a chi ? a chi cazzo? siamo in campagna!).
Ti assumi la responsabilità di far cessare il baccano davanti ad un appuntato barese che dice '' meh wuagliò allò? ce facit? andate a casa pe ppiacer! andate a studiare, andate a lavorare meh! nun rumpit le cugghiun a quest' òr!''
Riesci a tranquillizzarli, vanno via e appena ripartiti il casino riprende come prima.
No, peggio molto peggio.
Ma c'è una cosa che ancora non so.
Come mai mentre sei in macchina con un'amica su un lungomare soleggiato e deserto e andate piano perché state chiacchierando del più e del meno, state riflettendo un po' ad alta voce, vieni fermata da un carabiniere che incazzatissimo vi insulta perché andate troppo piano e chiede i documenti ad entrambe ed inizia ad avanzare pretesti per farvi un verbale e se potesse scriverebbe che vi multa perchè ''oggi ho i coglioni girati e mi deve pur sfogare!''
No, questo non lo so.
So anche che se un carabiniere o un poliziotto ferma una macchina con 4 ragazze, spesso ubriache, il contollo durerà abbastanza da fare il piacione e farle ridere come papere felici della loro fortuna stretta tra le gambe.
E' un momento bellissimo quello. Puoi prenderli per il culo in maniera spudorata e non se la prenderanno, basta nascondere tutto dietro un sorrisone accattivante.
So esattamente che se organizzi una festa in una campagna isolata non dovresti avere problemi a meno che Augusto, il gay più rumoroso che tu conosca, non rimanga in mutande e berretto da marinaio e salga a cantare su un trattore.
In quel caso può succedere che qualcuno, spuntato dietro una foglia di fico suppongo, chiami i carabinieri.
E così mentre balli, urli, sudi, bevi, canti, e fumi sostanze lecite e non, i tuoi occhi si colorano dell' insipido blu polizia, direbbero i Subsonica, anche se questi erano carabinieri.
Allora ti ricomponi dietro la tua faccetta simpatica e rassicurante e inizi ad andare verso di loro.
Meglio attaccare, meglio non aspettare.
Ma Augusto con il passo tipico della gazzella in calore ti supera e si avvicina alla volante pronunciando la tipica frase da film, che aspettava di dire forse da 15 anni '' C'è qualche problema, agente?!''.
Con la g più frocia che tu abbia mai sentito.
Non sai se trattenere una bestemmia o una risata e nel dubbio le trattieni entrambe.
Ti fai seria nonostante tu abbia di fianco Braccio di Ferro smagrito e ricchione che pronuncia frasi come ' Venite a ballare con noi' e inizi a scusarti per il disagio procurato ( sì ma a chi? ai grilli? alle cicale? ai topi? ai serpenti? ai germogli, che ora infastiditi non germoglieranno più? a chi ? a chi cazzo? siamo in campagna!).
Ti assumi la responsabilità di far cessare il baccano davanti ad un appuntato barese che dice '' meh wuagliò allò? ce facit? andate a casa pe ppiacer! andate a studiare, andate a lavorare meh! nun rumpit le cugghiun a quest' òr!''
Riesci a tranquillizzarli, vanno via e appena ripartiti il casino riprende come prima.
No, peggio molto peggio.
Ma c'è una cosa che ancora non so.
Come mai mentre sei in macchina con un'amica su un lungomare soleggiato e deserto e andate piano perché state chiacchierando del più e del meno, state riflettendo un po' ad alta voce, vieni fermata da un carabiniere che incazzatissimo vi insulta perché andate troppo piano e chiede i documenti ad entrambe ed inizia ad avanzare pretesti per farvi un verbale e se potesse scriverebbe che vi multa perchè ''oggi ho i coglioni girati e mi deve pur sfogare!''
No, questo non lo so.
sabato 17 settembre 2011
Autopromozione
Il Consigliere Regionale della Lombardia,
con il curriculum ben in vista,
si aggira per Milano, Via Montenapoleone, facendo shopping.
Alcuni sostengono che proprio nel quadrilatero della moda il Consigliere stia cercando la sua nuova casa.
Immagino non sarà facile.
In alcuni quartieri, quelle come lei, non le vogliono.
Dicono 'che deturpano', 'che ci sono i bambini', 'che attirano brutta gente'.
I soliti perbenisti insomma.
Sono un po' in pensiero, ce la farà?
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martedì 26 luglio 2011
Lecite curiosità
Da qualche giorno la Norvegia è una terra colpita.
La follia di un uomo l'ha devastata.
Ha minato la tranquillità del luogo e la serenità del popolo.
Le vittime sono molte.
L'insensatezza dell'avvenimento non mi dà pace.
Immagino i volti spauriti di chi inizia a scappare inseguito da una pistola.
Immagino il momento in cui realizzi che devi scappare via.
Immagino le gambe che fuggono senza sapere la ragione della corsa.
Ma non riuscirei mai ad immaginare cosa abbia spinto Vittorio Feltri a scrivere un editoriale simile :
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12GIET
Feltri è, facendo una sintesi, basito dal fatto che i giovani che si trovavano sull'isola di Utoya non abbiano organizzato alla svelta una difesa contro il folle omicida.
Li definisce giovani incapaci di reagire.
E di conseguenza attribuisce a questa loro incapacità la morte.
Vittorio RAMBO Feltri immagina anche possibili strategie di attacco all'autore del gesto.
Lo si attacca in 50, visto che sull'isola di persone ce ne erano 500, una decina di loro moriranno ma ben 30 o 40 potranno salvarsi e fare a pezzi Breivik con le loro mani al grido di: '' Uno per tutti, tutti per uno''.
Ecco.
Non so se Feltri abbia visto troppi film americani.
So solo che avrei molte domande.
Ad esempio: Come scegliamo i 50 salvatori tra i 500 presenti? Come si svolgono le selezioni? Quali sono i requisiti da possedere? Sono escluse donne e bambini? Quali sono i tempi di presentazione delle adesioni? Posso partecipare a più contrattacchi in diverse parti del mondo o vi sono cause di incompatibilità? Posso scegliere di candidarmi per un ruolo particolare o le candidature sono generiche? In quest'ultimo caso chi sceglie l'assegnazione dei posti? Che requisiti o titoli possiede questa persona? Anzianità di strage? Verrà rilasciato un attestato al termine dell'azione che certifichi la mia partecipazione? Che valore avrà nel mio CV? A cosa avrò diritto nel caso in cui venga ferita? E se morissi cosa spetterebbe alla mia famiglia?
Mi fermo ma avrei molto altro da domandare, sicura che la mia curiosità incontri quella di molti colleghi.
Se si potesse scegliere preferirei essere tra i 30 o i 40 che si salvano perché tra 4 giorni è il mio compleanno e sarei felice di festeggiare visto che oramai ho già organizzato.
Perché un individuo sceglie di scrivere una cosa del genere?
Ci crede veramente o vuole solo essere una voce fuori dal coro?
Ridicolmente fuori dal coro?
Perché la sveglia di Feltri questa mattina non si è dimenticata di suonare?
La follia di un uomo l'ha devastata.
Ha minato la tranquillità del luogo e la serenità del popolo.
Le vittime sono molte.
L'insensatezza dell'avvenimento non mi dà pace.
Immagino i volti spauriti di chi inizia a scappare inseguito da una pistola.
Immagino il momento in cui realizzi che devi scappare via.
Immagino le gambe che fuggono senza sapere la ragione della corsa.
Ma non riuscirei mai ad immaginare cosa abbia spinto Vittorio Feltri a scrivere un editoriale simile :
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12GIET
Feltri è, facendo una sintesi, basito dal fatto che i giovani che si trovavano sull'isola di Utoya non abbiano organizzato alla svelta una difesa contro il folle omicida.
Li definisce giovani incapaci di reagire.
E di conseguenza attribuisce a questa loro incapacità la morte.
Vittorio RAMBO Feltri immagina anche possibili strategie di attacco all'autore del gesto.
Lo si attacca in 50, visto che sull'isola di persone ce ne erano 500, una decina di loro moriranno ma ben 30 o 40 potranno salvarsi e fare a pezzi Breivik con le loro mani al grido di: '' Uno per tutti, tutti per uno''.
Ecco.
Non so se Feltri abbia visto troppi film americani.
So solo che avrei molte domande.
Ad esempio: Come scegliamo i 50 salvatori tra i 500 presenti? Come si svolgono le selezioni? Quali sono i requisiti da possedere? Sono escluse donne e bambini? Quali sono i tempi di presentazione delle adesioni? Posso partecipare a più contrattacchi in diverse parti del mondo o vi sono cause di incompatibilità? Posso scegliere di candidarmi per un ruolo particolare o le candidature sono generiche? In quest'ultimo caso chi sceglie l'assegnazione dei posti? Che requisiti o titoli possiede questa persona? Anzianità di strage? Verrà rilasciato un attestato al termine dell'azione che certifichi la mia partecipazione? Che valore avrà nel mio CV? A cosa avrò diritto nel caso in cui venga ferita? E se morissi cosa spetterebbe alla mia famiglia?
Mi fermo ma avrei molto altro da domandare, sicura che la mia curiosità incontri quella di molti colleghi.
Se si potesse scegliere preferirei essere tra i 30 o i 40 che si salvano perché tra 4 giorni è il mio compleanno e sarei felice di festeggiare visto che oramai ho già organizzato.
Perché un individuo sceglie di scrivere una cosa del genere?
Ci crede veramente o vuole solo essere una voce fuori dal coro?
Ridicolmente fuori dal coro?
Perché la sveglia di Feltri questa mattina non si è dimenticata di suonare?
martedì 19 luglio 2011
Spesso sono le mode a dar vita agli individui
Ed io che pensavo che questa fosse l'era dei tatuaggi.
In realtà è l'era dei disturbi alimentari.
E aggiungo un 'per fortuna'.
I tatuaggi sono così rozzi.
Consapevolmente pacchiani.
Troppo proletari.
Un vestito che non puoi cambiare.
Un abito da indossare in ogni occasione.
Tutti i giorni.
Preferirei avere addosso la stessa biancherai per un anno intero.
Toglierla solo quando è oramai incatramata.
Dei disordini alimentari non dico.
Molto più chic però.
In realtà è l'era dei disturbi alimentari.
E aggiungo un 'per fortuna'.
I tatuaggi sono così rozzi.
Consapevolmente pacchiani.
Troppo proletari.
Un vestito che non puoi cambiare.
Un abito da indossare in ogni occasione.
Tutti i giorni.
Preferirei avere addosso la stessa biancherai per un anno intero.
Toglierla solo quando è oramai incatramata.
Dei disordini alimentari non dico.
Molto più chic però.
sabato 16 luglio 2011
''Riassunto della nuova legge: la tua vita comincerà a interessare alloStato solo quando cesserà di interessare a te.'''
Vorrei svegliarmi lontano da qui.
In un paese che non approvi una legge sul fine vita come quella a cui la Camera ha detto sì.
In un paese che non mi obblighi alla idratazione e alla nutrizione artificiale con la scusa di alleviare le mie sofferenze.
In un paese che non voglia prolungarmi le stesse.
In un paese che se mi permette di firmare una Dichiarazione anticipata di trattamento imponga al medico di attenersi ad essa, altrimenti si elimini questa pagliacciata.
In un paese che recuperi la dignità in molti campi e si faccia guidare da questa.
In un paese che non ascolti l'opinione del cardinale Bagnasco.
In un paese che se pure ascoltasse l'opinione del cardinale Bagnasco non si faccia influenzare dalla stessa in misura maggiore da quella espressa dal mio pizzicagnolo di fiducia.
In un paese che non consideri Beppino Englaro come un omicida. Sua figlia è morta in un incidente stradale, lui da quel giorno non l'ha avuta più.
In un paese che mi permetta di scegliere per me stessa.
In un paese che non mi imponga un giusto modo di morire.
Ma è ancora presto, torno a dormire.
In un paese che non approvi una legge sul fine vita come quella a cui la Camera ha detto sì.
In un paese che non mi obblighi alla idratazione e alla nutrizione artificiale con la scusa di alleviare le mie sofferenze.
In un paese che non voglia prolungarmi le stesse.
In un paese che se mi permette di firmare una Dichiarazione anticipata di trattamento imponga al medico di attenersi ad essa, altrimenti si elimini questa pagliacciata.
In un paese che recuperi la dignità in molti campi e si faccia guidare da questa.
In un paese che non ascolti l'opinione del cardinale Bagnasco.
In un paese che se pure ascoltasse l'opinione del cardinale Bagnasco non si faccia influenzare dalla stessa in misura maggiore da quella espressa dal mio pizzicagnolo di fiducia.
In un paese che non consideri Beppino Englaro come un omicida. Sua figlia è morta in un incidente stradale, lui da quel giorno non l'ha avuta più.
In un paese che mi permetta di scegliere per me stessa.
In un paese che non mi imponga un giusto modo di morire.
Ma è ancora presto, torno a dormire.
venerdì 15 luglio 2011
Riposo notturno
Cambiare abitudini non è così difficile.
La vera difficoltà è convincere gli altri del cambiamento avvenuto.
Dopo un anno, o forse di più, di vita notturna sono tornata a ritmi regolari.
Non vado più a letto alle 4e30 per alzarmi ad ora di pranzo ma la mia sveglia suona puntuale alle 7e30 così alle 23 sono già da buttare.
Gli amici non lo accettano.
Evidentemente no.
Chiamano ai vecchi orari.
L'una di notte. Chiama un'amica per raccontarmi una cosa.
Io rispondo così: '' hghsyrisjaljfs0aoòòjajieopwmclaòakfggkaopallòucaljaoaoaoa''
Sembra non accorgersene e prosegue.
Già immagino quanto se la prenderà quando interrogandomi sull'aneddoto io farò scena muta.
Non ricordo assolutamente nulla.
Solo il suo tono di voce concitato.
L'una e un quarto chiama mia madre.
E' uscita con mio padre perché 'sai' è estate.
Rispondo ''ghhhahahsafhaieaooqsajfwo''
E mamma ''e perchè hai sta voce?'' Io ''dormivo''
E mamma ''ma non ti senti bene? '' Io ''No mà sto benissimo. Ho sonno. Solo sonno.''
E chiudo.
Ore due e un quarto. Sms di vecchio coinquilino ''I pacchi sono 5 o 6. Mandami il tuo nuovo indirizzo che te li spedisco. rispondi subito. ciao''
Rispondi SUBITO alle 2 e un quarto del mattino??
Crepa.
Stanotte spengo il cellulare.
Non è mica sempre così facile fare una cosa così semplice.
La vera difficoltà è convincere gli altri del cambiamento avvenuto.
Dopo un anno, o forse di più, di vita notturna sono tornata a ritmi regolari.
Non vado più a letto alle 4e30 per alzarmi ad ora di pranzo ma la mia sveglia suona puntuale alle 7e30 così alle 23 sono già da buttare.
Gli amici non lo accettano.
Evidentemente no.
Chiamano ai vecchi orari.
L'una di notte. Chiama un'amica per raccontarmi una cosa.
Io rispondo così: '' hghsyrisjaljfs0aoòòjajieopwmclaòakfggkaopallòucaljaoaoaoa''
Sembra non accorgersene e prosegue.
Già immagino quanto se la prenderà quando interrogandomi sull'aneddoto io farò scena muta.
Non ricordo assolutamente nulla.
Solo il suo tono di voce concitato.
L'una e un quarto chiama mia madre.
E' uscita con mio padre perché 'sai' è estate.
Rispondo ''ghhhahahsafhaieaooqsajfwo''
E mamma ''e perchè hai sta voce?'' Io ''dormivo''
E mamma ''ma non ti senti bene? '' Io ''No mà sto benissimo. Ho sonno. Solo sonno.''
E chiudo.
Ore due e un quarto. Sms di vecchio coinquilino ''I pacchi sono 5 o 6. Mandami il tuo nuovo indirizzo che te li spedisco. rispondi subito. ciao''
Rispondi SUBITO alle 2 e un quarto del mattino??
Crepa.
Stanotte spengo il cellulare.
Non è mica sempre così facile fare una cosa così semplice.
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martedì 12 luglio 2011
Domani torniamo?
''Su, andiamo a lavarci e scendiamo a giocare con i gattini!''
In bagno calci, pugni, schizzate d'acqua e spintonate.
La figura adulta in affitto si prodiga in vane esortazioni affinché cessino.
Hanno tredici anni in due, un po' di serietà!
Nulla da fare: scatta la punizione.
''Si rimane a casa, niente gattini!''
Disperazione sui volti.
Urla di disappunto.
'No' con un numero incredibile di vocali.
Il piccolo, un lustro appena compiuto, mi guarda furibondo.
La faccia bordeaux.
Gli occhi serrati in uno sguardo intimidatorio.
Il collo solcato dalle vene rigonfie.
Mi urla: '' Questa è casa mia, e qui tu non decidi nulla. Non puoi dire cosa dobbiamo fare e cosa no. Non puoi decidere qui. Questa è casa mia, è casa mia, capito?
Qui comando io, mia madre, mio padre e la mia famiglia!''
Nell'ultima frase ha preferito essere pleonastico piuttosto che riconoscere potere decisionale, anche limitato, alla sorella maggiore.
Per me ha tutte le ragioni del mondo.
Una sconosciuta che detta legge in casa mia, che mi dice cosa devo fare senza essere mia madre.
E' tremendo.
La sua è una reazione giusta e bisogna apprezzare chi è capace di ribellarsi.
E anche ricordarsi di ribellarsi più spesso.
Ma è comunque uno stronzetto di cinque anni che deve capire chi comanda quando i suoi non sono in casa.
Sono pagata per questo.
E a volte è anche piacevole.
Quindi zitto e obbedisci.
Fai quello che dico io perché io sono adulta e ho ragione.
Occhei sto esagerando.
Ma ci vuole il pugno di ferro.
Così si asciuga i lacrimoni e va a sedersi sul divano.
Trascorrono due ore nelle quali i fratelli si comportano benissimo, come i bimbi delle pubblicità.
Hanno imparato la lezione, mi piace pensarla così.
Fessa e contenta.
Allora li premio.
Andiamo in giardino dai gattini.
Li accarezziamo, li rincorriamo, li coccoliamo ma soprattutto insegnamo al bimbo a non averne paura.
Perché nonostante avesse insistito come un dannato per giocarci, trovandosi lì di fronte si faceva sotto.
Lui prende fiducia e inzia a rilassarsi, ne prende persino uno in braccio.
Ma il gatto tra le sue braccia decide di fare la pipì così il bimbo decide di gettare il gatto per aria.
Decisioni importanti da parte di entrambi.
Sviluppi disastrosi.
Anzi dolorosi.
L'unico appiglio per il gatto che nuota nell'aria è il mio braccio al quale si avvinghia con tutta la forza che ha.
E lo scava per bene, senza lasciare nulla al caso.
Graffindomi quasi a morte.
Per un'emofobica come me l'episodio è stato l'anticamera dell'inferno.
La sorella maggiore rideva a crepapelle, il maschietto piangeva per una goccia di pipì finita sulla sua maglia.
Io trattenevo tra i denti le bestemmie di tutti i santi del mese di luglio scaraventando per aria il gattino.
Domani 19 ore di cartoni animati.
In bagno calci, pugni, schizzate d'acqua e spintonate.
La figura adulta in affitto si prodiga in vane esortazioni affinché cessino.
Hanno tredici anni in due, un po' di serietà!
Nulla da fare: scatta la punizione.
''Si rimane a casa, niente gattini!''
Disperazione sui volti.
Urla di disappunto.
'No' con un numero incredibile di vocali.
Il piccolo, un lustro appena compiuto, mi guarda furibondo.
La faccia bordeaux.
Gli occhi serrati in uno sguardo intimidatorio.
Il collo solcato dalle vene rigonfie.
Mi urla: '' Questa è casa mia, e qui tu non decidi nulla. Non puoi dire cosa dobbiamo fare e cosa no. Non puoi decidere qui. Questa è casa mia, è casa mia, capito?
Qui comando io, mia madre, mio padre e la mia famiglia!''
Nell'ultima frase ha preferito essere pleonastico piuttosto che riconoscere potere decisionale, anche limitato, alla sorella maggiore.
Per me ha tutte le ragioni del mondo.
Una sconosciuta che detta legge in casa mia, che mi dice cosa devo fare senza essere mia madre.
E' tremendo.
La sua è una reazione giusta e bisogna apprezzare chi è capace di ribellarsi.
E anche ricordarsi di ribellarsi più spesso.
Ma è comunque uno stronzetto di cinque anni che deve capire chi comanda quando i suoi non sono in casa.
Sono pagata per questo.
E a volte è anche piacevole.
Quindi zitto e obbedisci.
Fai quello che dico io perché io sono adulta e ho ragione.
Occhei sto esagerando.
Ma ci vuole il pugno di ferro.
Così si asciuga i lacrimoni e va a sedersi sul divano.
Trascorrono due ore nelle quali i fratelli si comportano benissimo, come i bimbi delle pubblicità.
Hanno imparato la lezione, mi piace pensarla così.
Fessa e contenta.
Allora li premio.
Andiamo in giardino dai gattini.
Li accarezziamo, li rincorriamo, li coccoliamo ma soprattutto insegnamo al bimbo a non averne paura.
Perché nonostante avesse insistito come un dannato per giocarci, trovandosi lì di fronte si faceva sotto.
Lui prende fiducia e inzia a rilassarsi, ne prende persino uno in braccio.
Ma il gatto tra le sue braccia decide di fare la pipì così il bimbo decide di gettare il gatto per aria.
Decisioni importanti da parte di entrambi.
Sviluppi disastrosi.
Anzi dolorosi.
L'unico appiglio per il gatto che nuota nell'aria è il mio braccio al quale si avvinghia con tutta la forza che ha.
E lo scava per bene, senza lasciare nulla al caso.
Graffindomi quasi a morte.
Per un'emofobica come me l'episodio è stato l'anticamera dell'inferno.
La sorella maggiore rideva a crepapelle, il maschietto piangeva per una goccia di pipì finita sulla sua maglia.
Io trattenevo tra i denti le bestemmie di tutti i santi del mese di luglio scaraventando per aria il gattino.
Domani 19 ore di cartoni animati.
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domenica 10 luglio 2011
Percorso ter-male
Ci sono immagini romantiche nella mia testa.
A volte.
Una di queste è leggere un libro tra le braccia dell'uomo che amo.
E che mi ama.
A volte sono io che lo abbraccio con il libro tra le mani.
E la sua testa sul mio petto.
Altre sprofondo completamete nella sua stretta.
Le parole prendono vita con voci diverse.
A turno leggiamo con la giusta intonazione.
Lasciando una traccia di noi nei versi che pronunciamo.
Le stagioni fanno da sfondo in questa mia fantasia.
Il caldo di un maglione e di un plaid che ci avvolge d'inverno.
L'ombra di un dondolo sotto un pergolato di glicini in estate.
Ieri ho portato il mio libro con me.
L'ho lasciato al riparo nella mia borsa.
Mentre nuotavo nell'acqua sulfurea tra puzza e caldo.
Un'immagine lontana dall'idea di refrigerio ma in realtà molto piacevole.
Stordita dagli effluvi sono riemersa per godermi il sole feroce.
Amara sorpresa al mio ritorno.
Il mio amico mi ha spodestata tuffandosi nella mia lettura.
Avrei voluto riappropriarmi del mio scrigno di passione.
Ma il mio sguardo si è posato sul suo volto concentrato.
La fronte corrugata e gli occhi mobili.
Un labbro stretto con decisione tra i denti.
Sorrisi improvvisi e accennati.
Sono rimasta a guardarlo per un po', a vedere l'effetto del mio libro su di un altro.
L'ho sentito vicino.
Ancora una volta.
Vicini come lo eravamo da bambini.
Vicini perché condividevamo.
Quella condivisione che ho infruttuosamente cercato in questi anni.
Che poi ritrovo in un'ora afosa.
E dura il tempo di quell'ora.
A volte.
Una di queste è leggere un libro tra le braccia dell'uomo che amo.
E che mi ama.
A volte sono io che lo abbraccio con il libro tra le mani.
E la sua testa sul mio petto.
Altre sprofondo completamete nella sua stretta.
Le parole prendono vita con voci diverse.
A turno leggiamo con la giusta intonazione.
Lasciando una traccia di noi nei versi che pronunciamo.
Le stagioni fanno da sfondo in questa mia fantasia.
Il caldo di un maglione e di un plaid che ci avvolge d'inverno.
L'ombra di un dondolo sotto un pergolato di glicini in estate.
Ieri ho portato il mio libro con me.
L'ho lasciato al riparo nella mia borsa.
Mentre nuotavo nell'acqua sulfurea tra puzza e caldo.
Un'immagine lontana dall'idea di refrigerio ma in realtà molto piacevole.
Stordita dagli effluvi sono riemersa per godermi il sole feroce.
Amara sorpresa al mio ritorno.
Il mio amico mi ha spodestata tuffandosi nella mia lettura.
Avrei voluto riappropriarmi del mio scrigno di passione.
Ma il mio sguardo si è posato sul suo volto concentrato.
La fronte corrugata e gli occhi mobili.
Un labbro stretto con decisione tra i denti.
Sorrisi improvvisi e accennati.
Sono rimasta a guardarlo per un po', a vedere l'effetto del mio libro su di un altro.
L'ho sentito vicino.
Ancora una volta.
Vicini come lo eravamo da bambini.
Vicini perché condividevamo.
Quella condivisione che ho infruttuosamente cercato in questi anni.
Che poi ritrovo in un'ora afosa.
E dura il tempo di quell'ora.
mercoledì 29 giugno 2011
Lotta tra titani: la favola del pavone e della gallina.
Da gustarselo comodi con un aperitivo tra le mani.
Scattando in piedi soltanto per bloccare quel tizio in giacca e cravatta che vuole fermarli.
Non può.
Non deve.
Tutti hanno il diritto di esprimersi.
Anche i patetici.
venerdì 24 giugno 2011
Un curioso caso di point break
_G_
In _G_ , con _G_ , per_G_ .
Tu non ne sai nulla.
Io ne so troppo.
Purtroppo.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Tu ti sei scusato.
Io ti ho perdonato.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Hanno detto che stare male ora servirà.
Servirà a molte cose.
Servirà a non sviluppare una malattia senza motivo in futuro.
Hanno detto una cazzata.
In futuro anche io l'avrò una malattia.
Ce l'hanno tutti nel futuro.
Quindi sarò stata male due volte.
Ora e poi.
Che culo.
Eppoi qual è il motivo di una malattia?
Una causa, forse.
Ma anche la causa è senza motivo.
Però mi hanno detto che ti devo ringraziare.
Grazie più per tutto il male causato che fatto direttamente, hanno detto.
Hanno detto che hai aperto un varco.
Tra me e il mio dolore.
Quello a cui non davo voce.
Sei stato un ago.
Hai punto.
Viene tutto fuori.
Quello che pulsava sotto.
Anche quello che non sapevo ci pulsasse lì sotto, dio.
Fa male.
Hanno detto che lo sanno.
Hanno detto che capiscono.
Hanno detto che è colpa di questa nostra generazione.
Io ti ho pensato.
Alla tua frase : '' stare con te significa crescere''.
Mi inorgoglì, prima.
Mi mandò in bestia, dopo.
Portò sfiga, allo stato attuale.
E tu sei cresciuto?
Hanno detto che dovrò lavorare.
Hanno detto che dovrò impegnarmi.
E hanno detto tante altre stronzate eh!
In _G_ , con _G_ , per_G_ .
Tu non ne sai nulla.
Io ne so troppo.
Purtroppo.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Tu ti sei scusato.
Io ti ho perdonato.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Hanno detto che stare male ora servirà.
Servirà a molte cose.
Servirà a non sviluppare una malattia senza motivo in futuro.
Hanno detto una cazzata.
In futuro anche io l'avrò una malattia.
Ce l'hanno tutti nel futuro.
Quindi sarò stata male due volte.
Ora e poi.
Che culo.
Eppoi qual è il motivo di una malattia?
Una causa, forse.
Ma anche la causa è senza motivo.
Però mi hanno detto che ti devo ringraziare.
Grazie più per tutto il male causato che fatto direttamente, hanno detto.
Hanno detto che hai aperto un varco.
Tra me e il mio dolore.
Quello a cui non davo voce.
Sei stato un ago.
Hai punto.
Viene tutto fuori.
Quello che pulsava sotto.
Anche quello che non sapevo ci pulsasse lì sotto, dio.
Fa male.
Hanno detto che lo sanno.
Hanno detto che capiscono.
Hanno detto che è colpa di questa nostra generazione.
Io ti ho pensato.
Alla tua frase : '' stare con te significa crescere''.
Mi inorgoglì, prima.
Mi mandò in bestia, dopo.
Portò sfiga, allo stato attuale.
E tu sei cresciuto?
Hanno detto che dovrò lavorare.
Hanno detto che dovrò impegnarmi.
E hanno detto tante altre stronzate eh!
mercoledì 15 giugno 2011
Quattro sì
Compiere trenta anni due mesi fa.
Compierli lontano da casa con pochi sms e poche telefonate d'auguri.
Mancanze che ti aprono gli occhi e alleggeriscono il paniere dei legami.
Legami logori da molto.
Farsi crescere i baffi almeno a trenta anni.
Per smettere di dimostrarne ventidue.
Finalmente.
Tornare a casa per votare.
Chiamarmi.
Sono una delle poche persone con cui continui a parlare da quando vivi su.
Parlare al di là dei convenevoli stancanti.
Questo lo penso io, tu il messaggio lo lanci nascosto tra mille parole.
Ci vediamo di notte.
Con un unico scopo.
Sì, con un unico scopo.
Fare l'amore.
Rettifico.
Fare sesso.
Rettifico.
Scopare.
E' andata.
Non è la prima volta.
Non so se sarà l'ultima.
Dipende dalle prossime elezioni.
Anche i nostri incontri sono legati all'andamento dell'attuale governo.
Una precarietà sessuale che si aggiunge a tutte le altre.
Il mondo giovanile è tremendamente difficile.
Senza appigli.
Neppure le imprevedibili gioie del sesso ad addolcire la pillola.
Incontri cadenzati dalla affluenza alle urne.
Un quorum sempre più difficile da raggiungere.
Orgasmi a seggi ancora aperti.
Risultati parziali.
Troppo parziali.
Rivestirsi.
Caffè notturno sul divano della tua casa bellissima.
La casa di mamma e papà.
Un'eredità bellissima in un posto da brivido.
Discorsi lunghi ma su un solo argomento.
Alternati a manifestazioni del tuo carattere acido.
Prima eri burbero e adorabile proprio per questo .
Ora invece tendi più all'acidità ma non ti correggo.
Non provo a rimetterti in riga.
Non ne vedo la ragione.
Diciassette anni li ho compiuti da un po'.
Mi basta una battuta per placare il tuo versamento di bile.
La luce del tinello ci illumina i volti.
E ti trovo molto bello.
Il fumo è ovunque.
Profumo forte che si posa sul tuo collo.
Siamo profondi senza diventare intimi.
Il sesso non è una giustificazione sufficiente per aprirsi all'altro.
Ma ci spingiamo sempre un po' più in là.
Forse è meglio fermarci.
Nomini Di Pietro, Antonio Di Pietro.
Ecco che dentro di me ti ringrazio per aver fornito lo spunto di chiusura.
L'IDV post coito è un horror che scelgo di non guardare.
Mi accompagni a casa.
In macchina.
Eppure abitiamo vicinissimi.
Nemmeno i cento passi di Peppino Impastato.
Dolce.
E ti stampo un bacio sulla guancia.
Arrivo al portone pensando soltanto una cosa.
La statistica afferma che spesso chi dà il primo bacio al termine del primo amplesso sarà quello che ne uscirà male. (cit.)
Non era un bacio 'vero'.
Non era il primo amplesso.
Per uscire devi prima entrare.
Sono salva.
Compierli lontano da casa con pochi sms e poche telefonate d'auguri.
Mancanze che ti aprono gli occhi e alleggeriscono il paniere dei legami.
Legami logori da molto.
Farsi crescere i baffi almeno a trenta anni.
Per smettere di dimostrarne ventidue.
Finalmente.
Tornare a casa per votare.
Chiamarmi.
Sono una delle poche persone con cui continui a parlare da quando vivi su.
Parlare al di là dei convenevoli stancanti.
Questo lo penso io, tu il messaggio lo lanci nascosto tra mille parole.
Ci vediamo di notte.
Con un unico scopo.
Sì, con un unico scopo.
Fare l'amore.
Rettifico.
Fare sesso.
Rettifico.
Scopare.
E' andata.
Non è la prima volta.
Non so se sarà l'ultima.
Dipende dalle prossime elezioni.
Anche i nostri incontri sono legati all'andamento dell'attuale governo.
Una precarietà sessuale che si aggiunge a tutte le altre.
Il mondo giovanile è tremendamente difficile.
Senza appigli.
Neppure le imprevedibili gioie del sesso ad addolcire la pillola.
Incontri cadenzati dalla affluenza alle urne.
Un quorum sempre più difficile da raggiungere.
Orgasmi a seggi ancora aperti.
Risultati parziali.
Troppo parziali.
Rivestirsi.
Caffè notturno sul divano della tua casa bellissima.
La casa di mamma e papà.
Un'eredità bellissima in un posto da brivido.
Discorsi lunghi ma su un solo argomento.
Alternati a manifestazioni del tuo carattere acido.
Prima eri burbero e adorabile proprio per questo .
Ora invece tendi più all'acidità ma non ti correggo.
Non provo a rimetterti in riga.
Non ne vedo la ragione.
Diciassette anni li ho compiuti da un po'.
Mi basta una battuta per placare il tuo versamento di bile.
La luce del tinello ci illumina i volti.
E ti trovo molto bello.
Il fumo è ovunque.
Profumo forte che si posa sul tuo collo.
Siamo profondi senza diventare intimi.
Il sesso non è una giustificazione sufficiente per aprirsi all'altro.
Ma ci spingiamo sempre un po' più in là.
Forse è meglio fermarci.
Nomini Di Pietro, Antonio Di Pietro.
Ecco che dentro di me ti ringrazio per aver fornito lo spunto di chiusura.
L'IDV post coito è un horror che scelgo di non guardare.
Mi accompagni a casa.
In macchina.
Eppure abitiamo vicinissimi.
Nemmeno i cento passi di Peppino Impastato.
Dolce.
E ti stampo un bacio sulla guancia.
Arrivo al portone pensando soltanto una cosa.
La statistica afferma che spesso chi dà il primo bacio al termine del primo amplesso sarà quello che ne uscirà male. (cit.)
Non era un bacio 'vero'.
Non era il primo amplesso.
Per uscire devi prima entrare.
Sono salva.
martedì 7 giugno 2011
Saturday Night Live [Forse!]
''Ragazza oggi lavorerai tanto!'' : vengo spesso accolta così a lavoro.
E' una delle frasi che odio di più!
E' come se al mattino non mi dicessero '' Buongiorno!'' ma ''Oggi avrai una giornata di merda!''.
Ma dio!
Tacete!
Non me lo dite!
Non lo voglio sapere!
Sono facile alla paura io, non voglio essere preparata.
Inizio male e finisco peggio quindi zitti tutti!
Anche perché queste previsioni si avverano sempre!
Un sabato sera da panico.
Clienti che continuano ad arrivare senza sosta, tavoli stracolmi, attese di un'ora e mezza per un panino, gente incazzata, bambini killer che scorazzano tra i tavoli e mirano ai tuoi stinchi, madri ridanciane che non si preoccupano di richiamarli all'ordine ma flirtano con i maschioni del tavolo di fianco, ragazzi con cattivo gusto in fatto di abiti che ti fanno battutine da piacioni alle quali tu non abbocchi, con la scusa che hai da fare ma in realtà è solo per quei loro abiti.
Preferiresti chiuderti in cucina, magari nel frigo per sfuggire all'afa.
Ma devi gettarti nella mischia, fare la tua parte e indicare, in media 20 volte a sera, dove sia il bagno.
Esci tra la calca inferocita dalla fame ed un ragazzo, carino, di circa 30 anni, con t-shirt viola scuro, ti chiama con toni seccati e ti fa avvicinare al suo tavolo.
Ti dice ''Ascolta, un'ora fa ho ordinato al tuo collega dei panini, sto aspettando e ancora non mi avete portato nulla. Gli altri tavoli li avete serviti tutti. Il mio no.''
Con gentilezza rispondi '' Mi dispiace per l'attesa, ora vado in cucina a controllare a che punto siano.''
Lui, in maniera scortese, '' No, no non hai capito proprio niente! Io non voglio che vai in cucina perchè tanto poi torni e dici che stanno per uscire. Voglio che mi porti il conto delle birre che ho bevuto. Adesso!''
In fondo ha ragione. E' quello che avrei fatto. Allora rispondi soltanto '' Ok , le porto il conto''.
E lui calmando i toni '' No, ma io non ce l'ho con te, lo so che tu non c'entri nulla però ve ne dovete andare tutti affanculo, tutti quanti affanculo!''
Io, con sorriso plastico, '' Va bene, grazie''
E lui per precisare '' Ma non solo tu che non c'entri nulla, tutti, tutti quanti i camerieri, tutto il locale: vaffanculo!''
Io, per accontentarlo, '' allora facciamo così lo inserisco nel bicchiere delle mance e a fine serata lo dividiamo tutti in parti eque!''
Lui, con un sorrisone, ''Ecco brava!''
Io rispondo con megasorrisone triplo con ghiaccio.
Basta poco per far felici gli altri.
Prendersi per il culo a vicenda richiede qualche sforzo in più.
E' una delle frasi che odio di più!
E' come se al mattino non mi dicessero '' Buongiorno!'' ma ''Oggi avrai una giornata di merda!''.
Ma dio!
Tacete!
Non me lo dite!
Non lo voglio sapere!
Sono facile alla paura io, non voglio essere preparata.
Inizio male e finisco peggio quindi zitti tutti!
Anche perché queste previsioni si avverano sempre!
Un sabato sera da panico.
Clienti che continuano ad arrivare senza sosta, tavoli stracolmi, attese di un'ora e mezza per un panino, gente incazzata, bambini killer che scorazzano tra i tavoli e mirano ai tuoi stinchi, madri ridanciane che non si preoccupano di richiamarli all'ordine ma flirtano con i maschioni del tavolo di fianco, ragazzi con cattivo gusto in fatto di abiti che ti fanno battutine da piacioni alle quali tu non abbocchi, con la scusa che hai da fare ma in realtà è solo per quei loro abiti.
Preferiresti chiuderti in cucina, magari nel frigo per sfuggire all'afa.
Ma devi gettarti nella mischia, fare la tua parte e indicare, in media 20 volte a sera, dove sia il bagno.
Esci tra la calca inferocita dalla fame ed un ragazzo, carino, di circa 30 anni, con t-shirt viola scuro, ti chiama con toni seccati e ti fa avvicinare al suo tavolo.
Ti dice ''Ascolta, un'ora fa ho ordinato al tuo collega dei panini, sto aspettando e ancora non mi avete portato nulla. Gli altri tavoli li avete serviti tutti. Il mio no.''
Con gentilezza rispondi '' Mi dispiace per l'attesa, ora vado in cucina a controllare a che punto siano.''
Lui, in maniera scortese, '' No, no non hai capito proprio niente! Io non voglio che vai in cucina perchè tanto poi torni e dici che stanno per uscire. Voglio che mi porti il conto delle birre che ho bevuto. Adesso!''
In fondo ha ragione. E' quello che avrei fatto. Allora rispondi soltanto '' Ok , le porto il conto''.
E lui calmando i toni '' No, ma io non ce l'ho con te, lo so che tu non c'entri nulla però ve ne dovete andare tutti affanculo, tutti quanti affanculo!''
Io, con sorriso plastico, '' Va bene, grazie''
E lui per precisare '' Ma non solo tu che non c'entri nulla, tutti, tutti quanti i camerieri, tutto il locale: vaffanculo!''
Io, per accontentarlo, '' allora facciamo così lo inserisco nel bicchiere delle mance e a fine serata lo dividiamo tutti in parti eque!''
Lui, con un sorrisone, ''Ecco brava!''
Io rispondo con megasorrisone triplo con ghiaccio.
Basta poco per far felici gli altri.
Prendersi per il culo a vicenda richiede qualche sforzo in più.
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lunedì 6 giugno 2011
Lontano lontano
Mi irrita vedere la nostra amicizia finire così.
Non lo merita.
Vorrei tanto che fosse finita con urla, strepiti e pianti.
Vorrei aver ricevuto una di quelle frasi che ti strizzano il cuore.
Vorrei averne detta una capace di farti piangere all'istante.
Invece muore lentamente.
Ogni giorno si aggiunge una piaga.
Un messaggio che leggo e al quale non rispondo.
Una serata organizzata senza prevedere la tua presenza.
Una telefonata per lasciarmi andare con qualcuno che non sei tu.
Tu che non te la prendi nemmeno.
Che non ti accorgi delle distanze, delle assenze.
Che forse le desideri.
Che desideri cose diverse da quelle che avevamo.
Io che non ho voglia di riconquistarti.
Ci ho provato e mi sono annoiata.
Anche la noia è una colpa?
Non lo merita.
Vorrei tanto che fosse finita con urla, strepiti e pianti.
Vorrei aver ricevuto una di quelle frasi che ti strizzano il cuore.
Vorrei averne detta una capace di farti piangere all'istante.
Invece muore lentamente.
Ogni giorno si aggiunge una piaga.
Un messaggio che leggo e al quale non rispondo.
Una serata organizzata senza prevedere la tua presenza.
Una telefonata per lasciarmi andare con qualcuno che non sei tu.
Tu che non te la prendi nemmeno.
Che non ti accorgi delle distanze, delle assenze.
Che forse le desideri.
Che desideri cose diverse da quelle che avevamo.
Io che non ho voglia di riconquistarti.
Ci ho provato e mi sono annoiata.
Anche la noia è una colpa?
martedì 31 maggio 2011
Minzione liberatoria
E' un momento preciso, se tu sei distratto è lui che ti bussa alle spalle.
E' come durante una tempesta. Non è finita, ma è il momento in cui ti accorgi che sta per placarsi.
E' il momento in cui capisci che ti puoi sedere al fresco e goderti una pausa nelle 10 ore di fatica.
Cinque minuti di ristoro mentre guardi il mare calmo.
L'imprrevisto però è dietro l'angolo.
Arriva lei, Na-dia, che io chiamo Dia-na perché invertire mi viene facile.
E che ho spesso chiamato Stefa-nia, senza motivo apparente.
Una collega che non è che mi sia proprio entrata nel cuore o nel cervello.
Non mi dispiacerebbe se si sedesse accanto a me in silenzio per riposare.
Mi piace dividere i silenzi stanchi con gli altri.
I silenzi imbarazzanti sono quelli stancanti.
Quelli stanchi, invece, ti avvicinano all'altro.
Ma lei non è del mio stesso avviso.
Lei viene per sfogarsi, per essere capita.
Inizia a parlare delle mance, dei turni, a lamentarsi del suo ragazzo a me totalmente sconosciuto.
Convivono da anni ma lui non la vuole sposare.
Così accumula rabbia che dispensa in giro.
Inizia a scendere nei dettagli della sua relazione.
Continua voracemente, mentre io scuoto la testa annuendo, solo per dimostrarle di essere viva.
Ho il vuoto negli occhi mentre fingo interesse.
Il vuoto si amplifica appena inizia ad estendere l'intero discorso alla condizione femminile e ai soprusi che queste subiscono.
''L'uomo è stronzo. L'uomo non ammette di aver sbagliato. L'uomo non cambierà mai eppure tu ci provi, ti ci dedichi. Tu invece per lui cambi, t'adatti.''
E io, in silenzio, continuo a dire di sì con il capo. Pare sia il movimento giusto per la cervicale.
Decide di darmi il colpo di grazia.
Inizia a parlare della povertà, della sua condizione di povertà.
Inizia a dirmi cose che non vorrei sapere.
Lei conosce la povertà della carenza. Delle privazioni.
Non quella nascosta dietro gli acquisti.
Non quella spendacciona della mancata accettazione.
Sto per svenire sotto il peso dei suoi argomenti, sbrodolati fuori con un tono querulo che non mi aiuta.
Mi alzo in piedi, un guizzo di vitalità. Sono i talloni a chiedermelo.
Mi giro a destra verso di lei che alza la testa verso di me, con una frase ancora a metà tra le fauci.
Ho interrotto il suo monologo.
E' il momento di una mia battuta.
''Vado a fare pipì'' dico.
E mi allontano camminando velocemente.
In mente ho solo questo: '' mavaffanculonadia!''
E' come durante una tempesta. Non è finita, ma è il momento in cui ti accorgi che sta per placarsi.
E' il momento in cui capisci che ti puoi sedere al fresco e goderti una pausa nelle 10 ore di fatica.
Cinque minuti di ristoro mentre guardi il mare calmo.
L'imprrevisto però è dietro l'angolo.
Arriva lei, Na-dia, che io chiamo Dia-na perché invertire mi viene facile.
E che ho spesso chiamato Stefa-nia, senza motivo apparente.
Una collega che non è che mi sia proprio entrata nel cuore o nel cervello.
Non mi dispiacerebbe se si sedesse accanto a me in silenzio per riposare.
Mi piace dividere i silenzi stanchi con gli altri.
I silenzi imbarazzanti sono quelli stancanti.
Quelli stanchi, invece, ti avvicinano all'altro.
Ma lei non è del mio stesso avviso.
Lei viene per sfogarsi, per essere capita.
Inizia a parlare delle mance, dei turni, a lamentarsi del suo ragazzo a me totalmente sconosciuto.
Convivono da anni ma lui non la vuole sposare.
Così accumula rabbia che dispensa in giro.
Inizia a scendere nei dettagli della sua relazione.
Continua voracemente, mentre io scuoto la testa annuendo, solo per dimostrarle di essere viva.
Ho il vuoto negli occhi mentre fingo interesse.
Il vuoto si amplifica appena inizia ad estendere l'intero discorso alla condizione femminile e ai soprusi che queste subiscono.
''L'uomo è stronzo. L'uomo non ammette di aver sbagliato. L'uomo non cambierà mai eppure tu ci provi, ti ci dedichi. Tu invece per lui cambi, t'adatti.''
E io, in silenzio, continuo a dire di sì con il capo. Pare sia il movimento giusto per la cervicale.
Decide di darmi il colpo di grazia.
Inizia a parlare della povertà, della sua condizione di povertà.
Inizia a dirmi cose che non vorrei sapere.
Lei conosce la povertà della carenza. Delle privazioni.
Non quella nascosta dietro gli acquisti.
Non quella spendacciona della mancata accettazione.
Sto per svenire sotto il peso dei suoi argomenti, sbrodolati fuori con un tono querulo che non mi aiuta.
Mi alzo in piedi, un guizzo di vitalità. Sono i talloni a chiedermelo.
Mi giro a destra verso di lei che alza la testa verso di me, con una frase ancora a metà tra le fauci.
Ho interrotto il suo monologo.
E' il momento di una mia battuta.
''Vado a fare pipì'' dico.
E mi allontano camminando velocemente.
In mente ho solo questo: '' mavaffanculonadia!''
lunedì 30 maggio 2011
Per la prova ti do 30 euro o 35 se ti comporti bene.
Hai sempre avuto rispetto per il lavoro di tutti.
Non hai mai creduto si dovessero differenziare le persone in base al lavoro che fanno.
Ad ognuno la sua strada, a te la tua.
Università prestigiosa, o almeno così dicono, risultati positivi. Un futuro che cresceva sotto una buona stella.
Sei ad un passo dalla laurea specialistica, la triennale è già tutta tua.
Con fatica, anche quella tutta tua.
Stage in un grande studio penale.
Ma inizi a stare sempre peggio.
Male ci stavi già da tempo, già da tempo il gioco non valeva più la candela ma andavi avanti comunque.
Finisci in ospedale, finisci a guardare i libri senza leggerli, a sfogliarli nervosamente, a contare le pagine che ti separano dalla fine.
Finisci che stai sempre peggio.
Perdi tutto.
Non hai un soldo, la tua famiglia arranca, tu annaspi.
Crolla tutto e non c'è rete che tenga.
Torni a casa tua per riposare e ricominciare.
Finisci invece a desiderare di non esistere per non pensare a cosa hai sprecato.
Cercare un lavoro è la cosa più difficile da fare per una che per ora sa solo studiare.
Per una che ha sempre fatto la figlia, che non è mai stata autonoma, che ' doveva solo studiare perchè al resto ci pensa papà'.
Finisci a capire che non sai crescere. O che non vuoi che è anche peggio.
Ti servono i soldi, i lavoretti saltuari sembrano un miraggio.
Ne trovi uno da cameriera per l'estate.
Sei felice anche se ti spaccherai la schiena.
Sei felice perchè servirà a versare la caparra per un appartamento che prenderai in affitto lontano da qui.
Per ricominciare. Per riprovarci almeno.
Eppure piangi come una disperata. Piangi da strozzarti con le lacrime. Perchè non è il futuro che volevi. Nemmeno per tre mesi. Piangi perchè tu i cessi del pub non li vuoi pulire. Perchè se ci pensi vomiti già.
Piangi perchè forse ti sei inutilmente sempre sentita la regina-di-sto-cazzo.
Come scettro un taccuino, un vassoio come scudo.
Fingerai che l'amaro in bocca di stasera sia dovuto solo ad una birra troppo forte.
A fingere, in fondo, sei brava.
Non hai mai creduto si dovessero differenziare le persone in base al lavoro che fanno.
Ad ognuno la sua strada, a te la tua.
Università prestigiosa, o almeno così dicono, risultati positivi. Un futuro che cresceva sotto una buona stella.
Sei ad un passo dalla laurea specialistica, la triennale è già tutta tua.
Con fatica, anche quella tutta tua.
Stage in un grande studio penale.
Ma inizi a stare sempre peggio.
Male ci stavi già da tempo, già da tempo il gioco non valeva più la candela ma andavi avanti comunque.
Finisci in ospedale, finisci a guardare i libri senza leggerli, a sfogliarli nervosamente, a contare le pagine che ti separano dalla fine.
Finisci che stai sempre peggio.
Perdi tutto.
Non hai un soldo, la tua famiglia arranca, tu annaspi.
Crolla tutto e non c'è rete che tenga.
Torni a casa tua per riposare e ricominciare.
Finisci invece a desiderare di non esistere per non pensare a cosa hai sprecato.
Cercare un lavoro è la cosa più difficile da fare per una che per ora sa solo studiare.
Per una che ha sempre fatto la figlia, che non è mai stata autonoma, che ' doveva solo studiare perchè al resto ci pensa papà'.
Finisci a capire che non sai crescere. O che non vuoi che è anche peggio.
Ti servono i soldi, i lavoretti saltuari sembrano un miraggio.
Ne trovi uno da cameriera per l'estate.
Sei felice anche se ti spaccherai la schiena.
Sei felice perchè servirà a versare la caparra per un appartamento che prenderai in affitto lontano da qui.
Per ricominciare. Per riprovarci almeno.
Eppure piangi come una disperata. Piangi da strozzarti con le lacrime. Perchè non è il futuro che volevi. Nemmeno per tre mesi. Piangi perchè tu i cessi del pub non li vuoi pulire. Perchè se ci pensi vomiti già.
Piangi perchè forse ti sei inutilmente sempre sentita la regina-di-sto-cazzo.
Come scettro un taccuino, un vassoio come scudo.
Fingerai che l'amaro in bocca di stasera sia dovuto solo ad una birra troppo forte.
A fingere, in fondo, sei brava.
giovedì 26 maggio 2011
Alpenliebe
-Buongiorno.
-Buongiorno.
-Iniziamo parlando dell'elaborazione del lutto.
-Sì, ehm.. sì ecco... elaborazione del lutto ha detto?
-Certo!
-Sì...eh... ehm...il lutto è ...ehm...
-Non mi vorrà dire che non l'ha fatto!
-Sì! No... ecco è...è che... che non sapevo me lo avrebbe chiesto!
-Cosa? Ma che assurdità è mai questa!? E' un elemento fondamentale! Mi dispiace ma senza non possiamo andare avanti!
-No, ma io lo so che è importantissimo è che... è che io... io ci provo ma non ci riesco! Potrebbe, per favore, chiedermi un'altra cosa? La prego!
-No.. no mi dispiace ma se non sa rispondere non possiamo andare avanti. Senza basi proprio non si può proseguire. Allora, cosa vuole fare, mi risponde o no?
-Ma io vorrei, mi creda! Sono anni che ci provo eppure non riesco.
-Anni?
-Sì, anni.
-Si arrenda!
-No, la prego. Mi faccia un'altra domanda!
-No, senza questo il resto è tutto inutile. Si alzi e torni quando lo avrà elaborato.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
-Buongiorno.
-Iniziamo parlando dell'elaborazione del lutto.
-Sì, ehm.. sì ecco... elaborazione del lutto ha detto?
-Certo!
-Sì...eh... ehm...il lutto è ...ehm...
-Non mi vorrà dire che non l'ha fatto!
-Sì! No... ecco è...è che... che non sapevo me lo avrebbe chiesto!
-Cosa? Ma che assurdità è mai questa!? E' un elemento fondamentale! Mi dispiace ma senza non possiamo andare avanti!
-No, ma io lo so che è importantissimo è che... è che io... io ci provo ma non ci riesco! Potrebbe, per favore, chiedermi un'altra cosa? La prego!
-No.. no mi dispiace ma se non sa rispondere non possiamo andare avanti. Senza basi proprio non si può proseguire. Allora, cosa vuole fare, mi risponde o no?
-Ma io vorrei, mi creda! Sono anni che ci provo eppure non riesco.
-Anni?
-Sì, anni.
-Si arrenda!
-No, la prego. Mi faccia un'altra domanda!
-No, senza questo il resto è tutto inutile. Si alzi e torni quando lo avrà elaborato.
-Arrivederci.
-Arrivederci.
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