Si parlava di sogni intesi come attività onirica.
Ognuno di noi raccontava i più divertenti, i più angoscianti, i più.
La mia amica Flavia non ne aveva uno da raccontare al momento, o forse non voleva.
Così, da psicologa in erba, da sempre preferita al fumo, ci dice:
''Io dei sogni so quello che tutti sanno!''.
Ho l'impressione di non sapere mai la nozione che segue l'introduzione ''quello che tutti sanno''.
Ma questo è solo un mio debole, conseguente al fatto che mi senta sempre sotto esame.
E vale anche al contrario.
Quando qualcuno inizia una frase con ''ti dico una cosa che di sicuro non sai'' e simili, mi viene sempre da sperare di saperla quella cosa lì al solo scopo di smentire l'interlocutore.
Cosa ne sai tu di cosa so o non so io!
Ed è proprio questo mio bisogno di segnare punti sul tabellone immaginario della vita, o delle conversazioni fatte in vita, che mi spingeva in età adolescenziale a dover imparare a tutti costi la definizione del fuorigioco calcistico.
Non perché me ne fottesse realmente qualcosa ma perché a quell'età impressionava i maschi.
Non sono mai riuscita ad impararla sul serio.
A volte scrivevo anche la definizione, rubata da qualche libro o chiesta a mio padre, oramai stremato, e la ripetevo per ore ed ore con gli occhi chiusi e il corpo trasportato da un ipnotico movimento oscillatorio.
Quanto tempo sprecato!
Avrei potuto trascorrerlo a strapparmi le doppie punte come tutte le adolescenti.
Poi crescendo ho smesso di voler impressionare chi voleva che lo facessi con argomenti calcistici.
Da quel momento in poi non ho fatto grandi salti di qualità, a dire il vero.
Aspetto ancora il mio Dulbecco.
Ma ho di sicuro smussato questo infantile approccio competitivo nelle conversazioni, che tra l'altro è tipico di mio padre, con mia madre che pende incantata dalle sue labbra.
Ecco io non volevo pendere, volevo che da me si pendesse.
Ora fortunatamente mi reggo su altri equilibri.
Le conversazioni costruite in due, in tre, in quattro, in quattordici, in quaranta, in cui impari, insegni, smentisci, ti contraddici, confermi, menti, neghi, inventi, vieni zittito, ipotizzi, taci, ascolti, vai oltre, sono le mie preferite.
Ma torniamo ad Effe e a quello che tutti sanno.
Le persone protagoniste dei nostri sogni, o semplicemente gli oggetti, altro non sono che parti di noi.
Io mica lo sapevo!
Quando sogno mia zia ho sempre pensato di sognare mia zia, non la parte stronza e cattiva di me!
Sì, non stravedo per lei.
E di sicuro non lo sa neanche Ilaria che ogni due o tre mesi mi chiama e mi dice: ''Ho sognato che morivi perché una macchina ti travolgeva. Dio come piangevo! Come stai?''
Sto bene, grazie. Ma ho un po' paura ad attraversare la strada, ora.
Alla luce di questa affermazione, sconosciuta solo ad Ilaria e a me, rileggo i miei sogni con tutt'altra interpretazione.
Ho archivi di vecchi sogni da rivedere e ricatalogare.
Sarà un lungo lavoro e assolutamente necessario dato il carattere retroattivo di questa scoperta.
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lunedì 30 gennaio 2012
venerdì 21 ottobre 2011
Scusate il ritardo!
Sono stata a Milano la scorsa settimana.
L'ansia a tratti raggiungeva picchi altissimi.
Do il peggio di me lì.
Non è colpa del luogo.
E' a causa del fatto che ho trascorso lì alcuni dei miei anni più brutti.
Per ora.
- l'ottimismo è il profumo della vita-.
Non è uno di quei posti in cui non vivrei mai.
Ad esempio sotto xanax ci vivrei, quindi non è da escludere.
Sono andata a prendere tutte le mie cose nella casa vecchia.
Con un ritardo di 2 anni.
Ognuno ha i suoi tempi.
I miei, a volte, sono morti.
Altre sono frenetici.
E' l'equilibrio che mi manca.
Perciò sono simpatica.
Sono andata nella casa in cui vivevo con il mio ecs.
Ho iniziato la convivenza con lui dopo esserci lasciati.
E' stata una scelta veramente intelligente ed utilissima, ad esempio prima non sapevo cosa fosse la colite.
Bugia!
Lo sapevo anche prima, ma non immaginavo potesse avere effetti così devastanti.
Ne approfitto per mandare un saluto al mio intestino e a tutti quelli che mi conoscono.
Lui ora in quella casa ci vive con la sua nuova fidanzata.
Casa vecchia, fidanzata nuova.
Lei è stata per tutto il tempo fredda, silenziosa e distante.
L'unico contatto tra noi avveniva nel momento in cui mi rivolgeva occhiate truci.
Onestamente non ne capisco il motivo visto che sono 2 anni che non mi inculo il suo attuale ragazzo, mio ecs, e di conseguenza non mi inculo lei.
Niente di niente. Nemmeno un sms per Natale o per il compleanno.
Un compleanno può sfuggire ma cazzo che è Natale te ne accorgi!
Se non bussa alla tua porta il tuo senso cristiano/cattolico quanto meno citofona quello del consumismo!
Tutti però mi hanno detto che è normale che mi trattasse così e quindi, ora, lo penso anche io.
Non perché mi faccia influenzare ma perché mi sento rassicurata da questo pensiero condiviso.
E quando dico 'tutti' non intendo riferirmi ai risultati di un sondaggio istat ma alle 7 persone a cui l'ho detto.
8 vah, esageriamo!
Il mio ecs aveva impacchettato tutta la mia roba in 7 scatoloni ed un borsone.
E li aveva messi tutti giù alle scale dello stabile, come a voler dire '' caricateli in macchina e levati dai coglioni''.
Allora io, che amo il linguaggio non verbale e leggere tra le righe, ho detto a chi era in auto con me :
'' Oi carichiamoceli in macchina e leviamoci dai coglioni''.
L'altra persona, evidentemente perspicace almeno quanto me, era stata d'accordo.
E così li infiliamo in macchina con un tetris da 10000 punti e stiamo per andare via quando...
Il mio ecs preso da una necessità immotivata di falsa cortesia propone un caffè in casa.
La persona che era con me accetta volentieri.
E io dico '' ah prendiamo un caffè?!'' come a dire '' Allora che cazzo ci siamo messi d'accordo a fare prima?!''
Entriamo in casa, avevo per le scale una tachicardia da record che sicuramente non era dovuta soltanto alla mia emoglobina bassa.
Varco l'uscio e la casa era lì, sempre lei, sempre bella ma arredata diversamente.
Arredata con un gusto a metà strada tra una vecchia novantenne e China Town.
Tutto faceva cacare, anche quello che prima era bello perché ora cozzava con tutto quel made in China.
C'era una tovaglia plastificata con disegni osceni, girasoli e insetti vari, sul bellissimo tavolo in vetro come a dire: '' Cazzo questo è un bel tavolo, compriamolo altrimenti facciamo bella figura!''.
Alla parete c'era un orologio che riproduceva le entrate di un saloon.
Sul divano bianco c'era una specie di grand foulard con i colori sporchi, sembrava la coperta del cane.
Al muro un quadro che voleva ricordare Klimt.
Anzi no.
Era la riproduzione della diarrea di Klimt dopo aver mangiato messicano a pranzo e minestrone a cena.
Ne sono sicura.
Ci offre il caffè e mi porge la zuccheriera.
Stavo per morire.
Era un'enorme mela, rossa, lucida, smaltata, kitschissima per farle un complimento.
Il picciolo era il manico del coperchio che una volta sollevato ti permetteva di vedere il cucchiaino.
Già, il cucchiaino.
Era un verme, il verme della mela.
Tutto ondulato e con la testa ampia per permettere ai granelli di starci dentro.
Veniva fuori da un buchino dal quale avrei preferito non uscisse mai.
Il verme aveva una faccia ebete, ma di sicuro un quoziente intellettivo maggiore di chi aveva compiuto l'acquisto.
Il caffè comunque era buono.
Mi viene da fare pipì.
Strano che attorniata da tanta bellezza non abbia avuto altri stimoli!
Comunico la mia necessità e la fidanzata, con i modi tipici di chi fa di tutto per non farti sentire a tuo agio, mi indica dov'è il bagno.
Avrei potuto rispondere che avevo utilizzato quel bagno per 4 anni e non solo da due mesi come lei.
Avrei potuto dimostrare la mia territorialità in maniera più evidente ma mi è bastata una pisciatina.
Buttata lì.
Anche con disprezzo.
Siamo andati via.
E io ho pianto.
Di gioia e di tristezza insieme.
Di rabbia forse, per il vermetto della mela, per le tende con le farfalle attaccate su che avevano spodestato quelle scelte da me.
Ho pianto anche per la coperta di pizzo color salmone che campeggiava sul loro letto matrimoniale che ha preso il posto del mio singolo.
Ho pianto perché era tutto così ridicolo.
E dopo infatti ho riso.
Ho tirato un sospiro di sollievo, e mi sono sentita leggera e ricompattata.
Avevo tutte le mie cose di nuovo con me.
Arrivata a casa, ho aperto gli scatoloni e buttato, o regalato, quasi tutto.
Non mi interessa tenerle quelle cose, ora non mi appartengono più.
Volevo solo ridisporne per potermene liberare.
Volevo solo riaverle per decidere di non usarle più.
Volevo sentirle mie.
Sono stata sorpresa quando all'interno dei pacchi ho trovato tutto tranne: 3 piumoni, migliaia di asciugamani, i miei accappatoi, foto importantissime per me, e la mia Emma Bunton.
Emma è, o forse era, la mia coperta di Linus.
Una coperta di peluche rosa shocking con un meraviglioso albero disegnato su.
Era una coperta non apprezzabile da tutti forse ma con un significato profondo per me.
Avevamo visto mille film insieme, letto duecento libri, chiacchierato al telefono, inveito contro la tv, sorseggiato tisane bollenti avvolte l'una nel calore dell'altra.
E ora?
Non so dove sia, telefono al mio ecs e lui non mi risponde.
Gli invio sms e lui ugualmente non risponde.
Perché non mi dice che ha buttato via la mia coperta del cuore?
Voglio sapere la verità.
Anche se amara, anche se significa sapere che ora scalda un senzatetto alla stazione centrale.
Ho fatto l'unico errore di non metterla in valigia due anni fa e ora ne pago le conseguenze.
Anche quella di capire che forse voglio solo quello che non ho.
L'ansia a tratti raggiungeva picchi altissimi.
Do il peggio di me lì.
Non è colpa del luogo.
E' a causa del fatto che ho trascorso lì alcuni dei miei anni più brutti.
Per ora.
- l'ottimismo è il profumo della vita-.
Non è uno di quei posti in cui non vivrei mai.
Ad esempio sotto xanax ci vivrei, quindi non è da escludere.
Sono andata a prendere tutte le mie cose nella casa vecchia.
Con un ritardo di 2 anni.
Ognuno ha i suoi tempi.
I miei, a volte, sono morti.
Altre sono frenetici.
E' l'equilibrio che mi manca.
Perciò sono simpatica.
Sono andata nella casa in cui vivevo con il mio ecs.
Ho iniziato la convivenza con lui dopo esserci lasciati.
E' stata una scelta veramente intelligente ed utilissima, ad esempio prima non sapevo cosa fosse la colite.
Bugia!
Lo sapevo anche prima, ma non immaginavo potesse avere effetti così devastanti.
Ne approfitto per mandare un saluto al mio intestino e a tutti quelli che mi conoscono.
Lui ora in quella casa ci vive con la sua nuova fidanzata.
Casa vecchia, fidanzata nuova.
Lei è stata per tutto il tempo fredda, silenziosa e distante.
L'unico contatto tra noi avveniva nel momento in cui mi rivolgeva occhiate truci.
Onestamente non ne capisco il motivo visto che sono 2 anni che non mi inculo il suo attuale ragazzo, mio ecs, e di conseguenza non mi inculo lei.
Niente di niente. Nemmeno un sms per Natale o per il compleanno.
Un compleanno può sfuggire ma cazzo che è Natale te ne accorgi!
Se non bussa alla tua porta il tuo senso cristiano/cattolico quanto meno citofona quello del consumismo!
Tutti però mi hanno detto che è normale che mi trattasse così e quindi, ora, lo penso anche io.
Non perché mi faccia influenzare ma perché mi sento rassicurata da questo pensiero condiviso.
E quando dico 'tutti' non intendo riferirmi ai risultati di un sondaggio istat ma alle 7 persone a cui l'ho detto.
8 vah, esageriamo!
Il mio ecs aveva impacchettato tutta la mia roba in 7 scatoloni ed un borsone.
E li aveva messi tutti giù alle scale dello stabile, come a voler dire '' caricateli in macchina e levati dai coglioni''.
Allora io, che amo il linguaggio non verbale e leggere tra le righe, ho detto a chi era in auto con me :
'' Oi carichiamoceli in macchina e leviamoci dai coglioni''.
L'altra persona, evidentemente perspicace almeno quanto me, era stata d'accordo.
E così li infiliamo in macchina con un tetris da 10000 punti e stiamo per andare via quando...
Il mio ecs preso da una necessità immotivata di falsa cortesia propone un caffè in casa.
La persona che era con me accetta volentieri.
E io dico '' ah prendiamo un caffè?!'' come a dire '' Allora che cazzo ci siamo messi d'accordo a fare prima?!''
Entriamo in casa, avevo per le scale una tachicardia da record che sicuramente non era dovuta soltanto alla mia emoglobina bassa.
Varco l'uscio e la casa era lì, sempre lei, sempre bella ma arredata diversamente.
Arredata con un gusto a metà strada tra una vecchia novantenne e China Town.
Tutto faceva cacare, anche quello che prima era bello perché ora cozzava con tutto quel made in China.
C'era una tovaglia plastificata con disegni osceni, girasoli e insetti vari, sul bellissimo tavolo in vetro come a dire: '' Cazzo questo è un bel tavolo, compriamolo altrimenti facciamo bella figura!''.
Alla parete c'era un orologio che riproduceva le entrate di un saloon.
Sul divano bianco c'era una specie di grand foulard con i colori sporchi, sembrava la coperta del cane.
Al muro un quadro che voleva ricordare Klimt.
Anzi no.
Era la riproduzione della diarrea di Klimt dopo aver mangiato messicano a pranzo e minestrone a cena.
Ne sono sicura.
Ci offre il caffè e mi porge la zuccheriera.
Stavo per morire.
Era un'enorme mela, rossa, lucida, smaltata, kitschissima per farle un complimento.
Il picciolo era il manico del coperchio che una volta sollevato ti permetteva di vedere il cucchiaino.
Già, il cucchiaino.
Era un verme, il verme della mela.
Tutto ondulato e con la testa ampia per permettere ai granelli di starci dentro.
Veniva fuori da un buchino dal quale avrei preferito non uscisse mai.
Il verme aveva una faccia ebete, ma di sicuro un quoziente intellettivo maggiore di chi aveva compiuto l'acquisto.
Il caffè comunque era buono.
Mi viene da fare pipì.
Strano che attorniata da tanta bellezza non abbia avuto altri stimoli!
Comunico la mia necessità e la fidanzata, con i modi tipici di chi fa di tutto per non farti sentire a tuo agio, mi indica dov'è il bagno.
Avrei potuto rispondere che avevo utilizzato quel bagno per 4 anni e non solo da due mesi come lei.
Avrei potuto dimostrare la mia territorialità in maniera più evidente ma mi è bastata una pisciatina.
Buttata lì.
Anche con disprezzo.
Siamo andati via.
E io ho pianto.
Di gioia e di tristezza insieme.
Di rabbia forse, per il vermetto della mela, per le tende con le farfalle attaccate su che avevano spodestato quelle scelte da me.
Ho pianto anche per la coperta di pizzo color salmone che campeggiava sul loro letto matrimoniale che ha preso il posto del mio singolo.
Ho pianto perché era tutto così ridicolo.
E dopo infatti ho riso.
Ho tirato un sospiro di sollievo, e mi sono sentita leggera e ricompattata.
Avevo tutte le mie cose di nuovo con me.
Arrivata a casa, ho aperto gli scatoloni e buttato, o regalato, quasi tutto.
Non mi interessa tenerle quelle cose, ora non mi appartengono più.
Volevo solo ridisporne per potermene liberare.
Volevo solo riaverle per decidere di non usarle più.
Volevo sentirle mie.
Sono stata sorpresa quando all'interno dei pacchi ho trovato tutto tranne: 3 piumoni, migliaia di asciugamani, i miei accappatoi, foto importantissime per me, e la mia Emma Bunton.
Emma è, o forse era, la mia coperta di Linus.
Una coperta di peluche rosa shocking con un meraviglioso albero disegnato su.
Era una coperta non apprezzabile da tutti forse ma con un significato profondo per me.
Avevamo visto mille film insieme, letto duecento libri, chiacchierato al telefono, inveito contro la tv, sorseggiato tisane bollenti avvolte l'una nel calore dell'altra.
E ora?
Non so dove sia, telefono al mio ecs e lui non mi risponde.
Gli invio sms e lui ugualmente non risponde.
Perché non mi dice che ha buttato via la mia coperta del cuore?
Voglio sapere la verità.
Anche se amara, anche se significa sapere che ora scalda un senzatetto alla stazione centrale.
Ho fatto l'unico errore di non metterla in valigia due anni fa e ora ne pago le conseguenze.
Anche quella di capire che forse voglio solo quello che non ho.
venerdì 7 ottobre 2011
Il lato tragico
In sala d'attesa leggevo un articolo che parlava dei giovani italiani che non fanno più figli e come tutto ciò dipenda dalla crisi economica.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
martedì 6 settembre 2011
Autocitazioni
Il vero capodanno è a settembre.
Il reale giro di boa.
A gennaio si stappa lo spumante e si sbagliano le date finendole sempre con l'anno precedente ma niente di più.
Settembre invece.
Mese atroce e bellissimo.
La malinconia della fine di una stagione, la paura dell'inizio di quella nuova.
Settembre era la scuola.
Settembre erano i mal di pancia del mal di scuola.
Settembre era l'angoscia di riprendere la vita in ritmi stabiliti, senza l'anarchia dell'estate.
Settembre era il caldo di agosto con i vestiti per bene addosso, adatti a stare in classe.
Settembre era mamma che mi toglieva le ultime ore di sonno per riabituarmi a svegliarmi presto al mattino.
Settembre era il libro delle vacanze ignorato per mesi e completato a tempi record in pochi giorni.
Settembre era la pelle che si sbiancava e l'umore che si ingrigiva.
Settembre era la lista di nuovi propositi.
Settembre era il continuo delle cose lasciate in giugno.
Settembre era dimenticarsi degli amici del mare fino al prossimo caldo.
Settembre erano i professori abbronzati e il sorriso che mi veniva immaginandoli col costumino.
Settembre era di nuovo Milano.
Settembre era qualche pioggia profumata, non a Milano.
Settembre era il primo acquisto di una sciarpa nuova.
Settembre era il momento in cui smettevi di dire '' no, quello lo do a settembre!''
Settembre era il corpo al lavoro e la testa in vacanza.
Settembre è e non era.
E forse sempre sarà.
Il reale giro di boa.
A gennaio si stappa lo spumante e si sbagliano le date finendole sempre con l'anno precedente ma niente di più.
Settembre invece.
Mese atroce e bellissimo.
La malinconia della fine di una stagione, la paura dell'inizio di quella nuova.
Settembre era la scuola.
Settembre erano i mal di pancia del mal di scuola.
Settembre era l'angoscia di riprendere la vita in ritmi stabiliti, senza l'anarchia dell'estate.
Settembre era il caldo di agosto con i vestiti per bene addosso, adatti a stare in classe.
Settembre era mamma che mi toglieva le ultime ore di sonno per riabituarmi a svegliarmi presto al mattino.
Settembre era il libro delle vacanze ignorato per mesi e completato a tempi record in pochi giorni.
Settembre era la pelle che si sbiancava e l'umore che si ingrigiva.
Settembre era la lista di nuovi propositi.
Settembre era il continuo delle cose lasciate in giugno.
Settembre era dimenticarsi degli amici del mare fino al prossimo caldo.
Settembre erano i professori abbronzati e il sorriso che mi veniva immaginandoli col costumino.
Settembre era di nuovo Milano.
Settembre era qualche pioggia profumata, non a Milano.
Settembre era il primo acquisto di una sciarpa nuova.
Settembre era il momento in cui smettevi di dire '' no, quello lo do a settembre!''
Settembre era il corpo al lavoro e la testa in vacanza.
Settembre è e non era.
E forse sempre sarà.
domenica 31 luglio 2011
Easy coperchio per easy pentola
Il mio amico gaio ha da poco chiuso una storia.
Seria.
Una di quelle fatte di amore e convivenza.
Anche lacerante a dirla tutta.
Sono mesi che non fa sesso.
Si è preso una pausa.
Voleva essere libero, da tutto.
Anche dal sesso, che a volte può essere impegnativo.
Anzi dovrebbe sempre esser tale.
Ultimamente però l'ormone è riesploso.
E mi sembra anche giusto.
Questa estate fresca ti fa venire voglia di corpi vicini.
Così, il mio amico gaio, si è buttato su GayRomeo.
Un sito di incontri.
Organizzatissimo.
Scegli la categoria che ti piace, l'età, la regione.
Le corsie dei supermercati sono molto più confusionarie.
Ha chiacchierato con un tipo interessante e guardato il suo profilo.
Il tizio ha foto che ritraggono solo il corpo.
Del volto non c'è traccia.
Gli domanda la ragione e la risposta è la seguente:
'' L'assenza del mio viso ( esposto: perché ovviamente ne posseggo uno e anche foto del medesimo) è dipesa dal fatto che ho una compagna, che per quanto easy, non gradirebbe sapere che in giro mi scopo dei maschietti.''
Il mio amico riporta a me l'accaduto commentando così '' La gente è fuori controllo''.
In realtà a me pare l'opposto.
Un controllo di altri tempi.
Oggi l'ostentazione dei gusti sessuali è un must.
Perché nascondersi ancora?
C'è un settore in cui l'omosessualità continua a non essere vista di buon occhio?
Sei per caso anche un prete?
A questo punto il sacco andrebbe vuotato interamente.
Magari il settore in questione è quello delle relazioni.
Eterosessuali, ma non per forza.
Oneste, si spera.
Penso alla povera easy compagna.
Così easy da aggiudicarsi l'aggettivo ma non tanto da conservarlo sino alla fine.
Dovrebbe compiere una scelta: o sopportare tutto, anche le sodomie di questo cavaliere errante e diventare una easy a tutto tondo.
Oppure trasformarsi in una compagna hard, senza un valore sessuale che qui andrebbe sprecato, e concedergli solo la sigaretta sul balcone, estate-inverno-intemperie incluse.
Anche se io opterei per un'altra soluzione.
Molto più violenta.
Seria.
Una di quelle fatte di amore e convivenza.
Anche lacerante a dirla tutta.
Sono mesi che non fa sesso.
Si è preso una pausa.
Voleva essere libero, da tutto.
Anche dal sesso, che a volte può essere impegnativo.
Anzi dovrebbe sempre esser tale.
Ultimamente però l'ormone è riesploso.
E mi sembra anche giusto.
Questa estate fresca ti fa venire voglia di corpi vicini.
Così, il mio amico gaio, si è buttato su GayRomeo.
Un sito di incontri.
Organizzatissimo.
Scegli la categoria che ti piace, l'età, la regione.
Le corsie dei supermercati sono molto più confusionarie.
Ha chiacchierato con un tipo interessante e guardato il suo profilo.
Il tizio ha foto che ritraggono solo il corpo.
Del volto non c'è traccia.
Gli domanda la ragione e la risposta è la seguente:
'' L'assenza del mio viso ( esposto: perché ovviamente ne posseggo uno e anche foto del medesimo) è dipesa dal fatto che ho una compagna, che per quanto easy, non gradirebbe sapere che in giro mi scopo dei maschietti.''
Il mio amico riporta a me l'accaduto commentando così '' La gente è fuori controllo''.
In realtà a me pare l'opposto.
Un controllo di altri tempi.
Oggi l'ostentazione dei gusti sessuali è un must.
Perché nascondersi ancora?
C'è un settore in cui l'omosessualità continua a non essere vista di buon occhio?
Sei per caso anche un prete?
A questo punto il sacco andrebbe vuotato interamente.
Magari il settore in questione è quello delle relazioni.
Eterosessuali, ma non per forza.
Oneste, si spera.
Penso alla povera easy compagna.
Così easy da aggiudicarsi l'aggettivo ma non tanto da conservarlo sino alla fine.
Dovrebbe compiere una scelta: o sopportare tutto, anche le sodomie di questo cavaliere errante e diventare una easy a tutto tondo.
Oppure trasformarsi in una compagna hard, senza un valore sessuale che qui andrebbe sprecato, e concedergli solo la sigaretta sul balcone, estate-inverno-intemperie incluse.
Anche se io opterei per un'altra soluzione.
Molto più violenta.
martedì 19 luglio 2011
Spesso sono le mode a dar vita agli individui
Ed io che pensavo che questa fosse l'era dei tatuaggi.
In realtà è l'era dei disturbi alimentari.
E aggiungo un 'per fortuna'.
I tatuaggi sono così rozzi.
Consapevolmente pacchiani.
Troppo proletari.
Un vestito che non puoi cambiare.
Un abito da indossare in ogni occasione.
Tutti i giorni.
Preferirei avere addosso la stessa biancherai per un anno intero.
Toglierla solo quando è oramai incatramata.
Dei disordini alimentari non dico.
Molto più chic però.
In realtà è l'era dei disturbi alimentari.
E aggiungo un 'per fortuna'.
I tatuaggi sono così rozzi.
Consapevolmente pacchiani.
Troppo proletari.
Un vestito che non puoi cambiare.
Un abito da indossare in ogni occasione.
Tutti i giorni.
Preferirei avere addosso la stessa biancherai per un anno intero.
Toglierla solo quando è oramai incatramata.
Dei disordini alimentari non dico.
Molto più chic però.
domenica 10 luglio 2011
Percorso ter-male
Ci sono immagini romantiche nella mia testa.
A volte.
Una di queste è leggere un libro tra le braccia dell'uomo che amo.
E che mi ama.
A volte sono io che lo abbraccio con il libro tra le mani.
E la sua testa sul mio petto.
Altre sprofondo completamete nella sua stretta.
Le parole prendono vita con voci diverse.
A turno leggiamo con la giusta intonazione.
Lasciando una traccia di noi nei versi che pronunciamo.
Le stagioni fanno da sfondo in questa mia fantasia.
Il caldo di un maglione e di un plaid che ci avvolge d'inverno.
L'ombra di un dondolo sotto un pergolato di glicini in estate.
Ieri ho portato il mio libro con me.
L'ho lasciato al riparo nella mia borsa.
Mentre nuotavo nell'acqua sulfurea tra puzza e caldo.
Un'immagine lontana dall'idea di refrigerio ma in realtà molto piacevole.
Stordita dagli effluvi sono riemersa per godermi il sole feroce.
Amara sorpresa al mio ritorno.
Il mio amico mi ha spodestata tuffandosi nella mia lettura.
Avrei voluto riappropriarmi del mio scrigno di passione.
Ma il mio sguardo si è posato sul suo volto concentrato.
La fronte corrugata e gli occhi mobili.
Un labbro stretto con decisione tra i denti.
Sorrisi improvvisi e accennati.
Sono rimasta a guardarlo per un po', a vedere l'effetto del mio libro su di un altro.
L'ho sentito vicino.
Ancora una volta.
Vicini come lo eravamo da bambini.
Vicini perché condividevamo.
Quella condivisione che ho infruttuosamente cercato in questi anni.
Che poi ritrovo in un'ora afosa.
E dura il tempo di quell'ora.
A volte.
Una di queste è leggere un libro tra le braccia dell'uomo che amo.
E che mi ama.
A volte sono io che lo abbraccio con il libro tra le mani.
E la sua testa sul mio petto.
Altre sprofondo completamete nella sua stretta.
Le parole prendono vita con voci diverse.
A turno leggiamo con la giusta intonazione.
Lasciando una traccia di noi nei versi che pronunciamo.
Le stagioni fanno da sfondo in questa mia fantasia.
Il caldo di un maglione e di un plaid che ci avvolge d'inverno.
L'ombra di un dondolo sotto un pergolato di glicini in estate.
Ieri ho portato il mio libro con me.
L'ho lasciato al riparo nella mia borsa.
Mentre nuotavo nell'acqua sulfurea tra puzza e caldo.
Un'immagine lontana dall'idea di refrigerio ma in realtà molto piacevole.
Stordita dagli effluvi sono riemersa per godermi il sole feroce.
Amara sorpresa al mio ritorno.
Il mio amico mi ha spodestata tuffandosi nella mia lettura.
Avrei voluto riappropriarmi del mio scrigno di passione.
Ma il mio sguardo si è posato sul suo volto concentrato.
La fronte corrugata e gli occhi mobili.
Un labbro stretto con decisione tra i denti.
Sorrisi improvvisi e accennati.
Sono rimasta a guardarlo per un po', a vedere l'effetto del mio libro su di un altro.
L'ho sentito vicino.
Ancora una volta.
Vicini come lo eravamo da bambini.
Vicini perché condividevamo.
Quella condivisione che ho infruttuosamente cercato in questi anni.
Che poi ritrovo in un'ora afosa.
E dura il tempo di quell'ora.
mercoledì 29 giugno 2011
Lotta tra titani: la favola del pavone e della gallina.
Da gustarselo comodi con un aperitivo tra le mani.
Scattando in piedi soltanto per bloccare quel tizio in giacca e cravatta che vuole fermarli.
Non può.
Non deve.
Tutti hanno il diritto di esprimersi.
Anche i patetici.
venerdì 24 giugno 2011
Un curioso caso di point break
_G_
In _G_ , con _G_ , per_G_ .
Tu non ne sai nulla.
Io ne so troppo.
Purtroppo.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Tu ti sei scusato.
Io ti ho perdonato.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Hanno detto che stare male ora servirà.
Servirà a molte cose.
Servirà a non sviluppare una malattia senza motivo in futuro.
Hanno detto una cazzata.
In futuro anche io l'avrò una malattia.
Ce l'hanno tutti nel futuro.
Quindi sarò stata male due volte.
Ora e poi.
Che culo.
Eppoi qual è il motivo di una malattia?
Una causa, forse.
Ma anche la causa è senza motivo.
Però mi hanno detto che ti devo ringraziare.
Grazie più per tutto il male causato che fatto direttamente, hanno detto.
Hanno detto che hai aperto un varco.
Tra me e il mio dolore.
Quello a cui non davo voce.
Sei stato un ago.
Hai punto.
Viene tutto fuori.
Quello che pulsava sotto.
Anche quello che non sapevo ci pulsasse lì sotto, dio.
Fa male.
Hanno detto che lo sanno.
Hanno detto che capiscono.
Hanno detto che è colpa di questa nostra generazione.
Io ti ho pensato.
Alla tua frase : '' stare con te significa crescere''.
Mi inorgoglì, prima.
Mi mandò in bestia, dopo.
Portò sfiga, allo stato attuale.
E tu sei cresciuto?
Hanno detto che dovrò lavorare.
Hanno detto che dovrò impegnarmi.
E hanno detto tante altre stronzate eh!
In _G_ , con _G_ , per_G_ .
Tu non ne sai nulla.
Io ne so troppo.
Purtroppo.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Tu ti sei scusato.
Io ti ho perdonato.
Mi hanno detto che dovrei ringraziarti.
Hanno detto che stare male ora servirà.
Servirà a molte cose.
Servirà a non sviluppare una malattia senza motivo in futuro.
Hanno detto una cazzata.
In futuro anche io l'avrò una malattia.
Ce l'hanno tutti nel futuro.
Quindi sarò stata male due volte.
Ora e poi.
Che culo.
Eppoi qual è il motivo di una malattia?
Una causa, forse.
Ma anche la causa è senza motivo.
Però mi hanno detto che ti devo ringraziare.
Grazie più per tutto il male causato che fatto direttamente, hanno detto.
Hanno detto che hai aperto un varco.
Tra me e il mio dolore.
Quello a cui non davo voce.
Sei stato un ago.
Hai punto.
Viene tutto fuori.
Quello che pulsava sotto.
Anche quello che non sapevo ci pulsasse lì sotto, dio.
Fa male.
Hanno detto che lo sanno.
Hanno detto che capiscono.
Hanno detto che è colpa di questa nostra generazione.
Io ti ho pensato.
Alla tua frase : '' stare con te significa crescere''.
Mi inorgoglì, prima.
Mi mandò in bestia, dopo.
Portò sfiga, allo stato attuale.
E tu sei cresciuto?
Hanno detto che dovrò lavorare.
Hanno detto che dovrò impegnarmi.
E hanno detto tante altre stronzate eh!
lunedì 13 giugno 2011
Luoghi comuni bipartisan
Come mai continui a stare con un uomo che ti ha tradito?
Cornuta generica risponde : '' Perché l'ho perdonato''
In cosa consiste esattamente questo perdono? Fai finta che non sia mai successo?
C.G. : '' No, quello è impossibile. Lo ricorderai sempre. Però sai che ha capito che ha sbagliato e non lo rifarà''
E come fai ad essere sicura che ha capito di aver sbagliato? E ad essere sicura che non lo rifarà?
C.G. : '' Perchè queste cose una donna le sente!''
Ma una donna non dovrebbe sentire anche quando il proprio uomo la tradisce, non dovrebbe avvertirlo con il cosiddetto sesto senso femminile? tu invece non te ne sei accorta, hanno dovuto dirtelo, vero?
C.G. '' E questo cosa c'entra? Da allora ho imparato a riconoscere i segni, ho affinato il fiuto. Ora non mi sfugge nulla.''
Lo controlli?
C.G. : '' Un po' ''
Perchè non lo tradisci anche tu?
C.G. : '' Ma cosa dici? e chi lo sente poi? manderei all'aria il matrimonio, ho due bambini.. qui non si fanno i giochetti da ragazzini!''
E perché lui dovrebbe lasciarti? Tu il suo lo hai perdonato e non lo hai lasciato, nemmeno lui dovrebbe lasciarti.
C.G. : ''Ma mi prendi in giro? Non è un fatto di reciprocità!''
Sì invece. O lo lasciavi o lo tradisci anche tu. Non potrà mai rinfacciarti nulla. Lo ha fatto per primo e non è stato lasciato. Sarebbe illogico.
C.G. : '' Non si tradisce per ripicca!''
E chi lo dice? E poi non sarebbe per ripicca ma per riequilibrare. Riportare in asse la bilancia.
C.G. : '' Ma no, sarebbe deleterio e irreparabile. Proprio ora che le cose tra di noi stanno riprendendo a funzionare''
Beh lui lo ha fatto quando le cose tra di voi andavano a gonfie vele o sbaglio? Non eravate in crisi.
C.G. : '' No, anzi era un periodo di serenità. nessuna grande preoccupazione. Un po' di routine ecco tutto.''
Ecco potresti stravolgere un po' la vostra routine, movimentarla.
C.G. : '' Io sono una scema, non le so fare certe cose.''
Non sei una scema, e provaci prima di dire di non esserne capace.
C.G. : '' Eh parli facile tu, sposati e ne riparliamo. Esci da questa tua solitudine quotidiana e rifacciamo questa conversazione''
Io non sono sola, o forse sì ma lo sarei anche in coppia. Anzi sicuramente lo sarò anche in coppia come è già successo. Ma non è un male, dovresti smettere di vedere solo il lato negativo della parola solitudine. Anche tu sei sola. Sei una donna sola e tradita che non ha lasciato il marito traditore per paura di una solitudine che invece è già esistente. E questo è il lato negativo della parola e tu conosci solo questo.
C.G. : ''sei la solita stronza, grazie''
Non volevo, per una volta non volevo ma perchè devi dirmi sempre che non capisco le cose solo perchè abbiamo punti di vista distanti? Ci fai la figura di una a corto di argomenti.
C.G. : '' Devo stirare e preparare la cena''
Ecco, vedi io queste cose non le capisco perchè non sono sposata. Cosa vuol dire stirare? e fare la cena? è un modo come un altro per dire che mi devo levare dai coglioni?
C.G. : '' Quando vieni qui con l'intenzione di provocare sei da prendere a schiaffi!''
Ma non è vero. Io non volevo provocare. Volevo solo sapere, conoscere e proporre alternative non richieste.
C.G. :'' ecco, non richieste!''
Cheppalle!
C.G. : '' No che palle lo dico io. Sei una stronza, ti senti il Santi Licheri delle storie d'amore, sai sempre la cosa giusta da fare in teoria ma in pratica sei ferma in un angolo. Una studiosa dell'amore? è così che ti devo definire? ma per favore! L'amore è responsabilità, è dedizione, è sacrificio. E' impegno costante in virtù della felicità dell'altro. E' lavorare per raggiungere una felicità a due. E questa felicità è fatta di piccole cose, di piccoli passi o gesti in direzione dell'altro. E' camminare parallelamente tutta la vita stringendosi la mano.''
Disse lei ad alta voce chiudendo il suo harmony a pagina 104.
C.G. : '' Fuori!''
Cornuta generica risponde : '' Perché l'ho perdonato''
In cosa consiste esattamente questo perdono? Fai finta che non sia mai successo?
C.G. : '' No, quello è impossibile. Lo ricorderai sempre. Però sai che ha capito che ha sbagliato e non lo rifarà''
E come fai ad essere sicura che ha capito di aver sbagliato? E ad essere sicura che non lo rifarà?
C.G. : '' Perchè queste cose una donna le sente!''
Ma una donna non dovrebbe sentire anche quando il proprio uomo la tradisce, non dovrebbe avvertirlo con il cosiddetto sesto senso femminile? tu invece non te ne sei accorta, hanno dovuto dirtelo, vero?
C.G. '' E questo cosa c'entra? Da allora ho imparato a riconoscere i segni, ho affinato il fiuto. Ora non mi sfugge nulla.''
Lo controlli?
C.G. : '' Un po' ''
Perchè non lo tradisci anche tu?
C.G. : '' Ma cosa dici? e chi lo sente poi? manderei all'aria il matrimonio, ho due bambini.. qui non si fanno i giochetti da ragazzini!''
E perché lui dovrebbe lasciarti? Tu il suo lo hai perdonato e non lo hai lasciato, nemmeno lui dovrebbe lasciarti.
C.G. : ''Ma mi prendi in giro? Non è un fatto di reciprocità!''
Sì invece. O lo lasciavi o lo tradisci anche tu. Non potrà mai rinfacciarti nulla. Lo ha fatto per primo e non è stato lasciato. Sarebbe illogico.
C.G. : '' Non si tradisce per ripicca!''
E chi lo dice? E poi non sarebbe per ripicca ma per riequilibrare. Riportare in asse la bilancia.
C.G. : '' Ma no, sarebbe deleterio e irreparabile. Proprio ora che le cose tra di noi stanno riprendendo a funzionare''
Beh lui lo ha fatto quando le cose tra di voi andavano a gonfie vele o sbaglio? Non eravate in crisi.
C.G. : '' No, anzi era un periodo di serenità. nessuna grande preoccupazione. Un po' di routine ecco tutto.''
Ecco potresti stravolgere un po' la vostra routine, movimentarla.
C.G. : '' Io sono una scema, non le so fare certe cose.''
Non sei una scema, e provaci prima di dire di non esserne capace.
C.G. : '' Eh parli facile tu, sposati e ne riparliamo. Esci da questa tua solitudine quotidiana e rifacciamo questa conversazione''
Io non sono sola, o forse sì ma lo sarei anche in coppia. Anzi sicuramente lo sarò anche in coppia come è già successo. Ma non è un male, dovresti smettere di vedere solo il lato negativo della parola solitudine. Anche tu sei sola. Sei una donna sola e tradita che non ha lasciato il marito traditore per paura di una solitudine che invece è già esistente. E questo è il lato negativo della parola e tu conosci solo questo.
C.G. : ''sei la solita stronza, grazie''
Non volevo, per una volta non volevo ma perchè devi dirmi sempre che non capisco le cose solo perchè abbiamo punti di vista distanti? Ci fai la figura di una a corto di argomenti.
C.G. : '' Devo stirare e preparare la cena''
Ecco, vedi io queste cose non le capisco perchè non sono sposata. Cosa vuol dire stirare? e fare la cena? è un modo come un altro per dire che mi devo levare dai coglioni?
C.G. : '' Quando vieni qui con l'intenzione di provocare sei da prendere a schiaffi!''
Ma non è vero. Io non volevo provocare. Volevo solo sapere, conoscere e proporre alternative non richieste.
C.G. :'' ecco, non richieste!''
Cheppalle!
C.G. : '' No che palle lo dico io. Sei una stronza, ti senti il Santi Licheri delle storie d'amore, sai sempre la cosa giusta da fare in teoria ma in pratica sei ferma in un angolo. Una studiosa dell'amore? è così che ti devo definire? ma per favore! L'amore è responsabilità, è dedizione, è sacrificio. E' impegno costante in virtù della felicità dell'altro. E' lavorare per raggiungere una felicità a due. E questa felicità è fatta di piccole cose, di piccoli passi o gesti in direzione dell'altro. E' camminare parallelamente tutta la vita stringendosi la mano.''
Disse lei ad alta voce chiudendo il suo harmony a pagina 104.
C.G. : '' Fuori!''
lunedì 6 giugno 2011
Lontano lontano
Mi irrita vedere la nostra amicizia finire così.
Non lo merita.
Vorrei tanto che fosse finita con urla, strepiti e pianti.
Vorrei aver ricevuto una di quelle frasi che ti strizzano il cuore.
Vorrei averne detta una capace di farti piangere all'istante.
Invece muore lentamente.
Ogni giorno si aggiunge una piaga.
Un messaggio che leggo e al quale non rispondo.
Una serata organizzata senza prevedere la tua presenza.
Una telefonata per lasciarmi andare con qualcuno che non sei tu.
Tu che non te la prendi nemmeno.
Che non ti accorgi delle distanze, delle assenze.
Che forse le desideri.
Che desideri cose diverse da quelle che avevamo.
Io che non ho voglia di riconquistarti.
Ci ho provato e mi sono annoiata.
Anche la noia è una colpa?
Non lo merita.
Vorrei tanto che fosse finita con urla, strepiti e pianti.
Vorrei aver ricevuto una di quelle frasi che ti strizzano il cuore.
Vorrei averne detta una capace di farti piangere all'istante.
Invece muore lentamente.
Ogni giorno si aggiunge una piaga.
Un messaggio che leggo e al quale non rispondo.
Una serata organizzata senza prevedere la tua presenza.
Una telefonata per lasciarmi andare con qualcuno che non sei tu.
Tu che non te la prendi nemmeno.
Che non ti accorgi delle distanze, delle assenze.
Che forse le desideri.
Che desideri cose diverse da quelle che avevamo.
Io che non ho voglia di riconquistarti.
Ci ho provato e mi sono annoiata.
Anche la noia è una colpa?
lunedì 30 maggio 2011
Per la prova ti do 30 euro o 35 se ti comporti bene.
Hai sempre avuto rispetto per il lavoro di tutti.
Non hai mai creduto si dovessero differenziare le persone in base al lavoro che fanno.
Ad ognuno la sua strada, a te la tua.
Università prestigiosa, o almeno così dicono, risultati positivi. Un futuro che cresceva sotto una buona stella.
Sei ad un passo dalla laurea specialistica, la triennale è già tutta tua.
Con fatica, anche quella tutta tua.
Stage in un grande studio penale.
Ma inizi a stare sempre peggio.
Male ci stavi già da tempo, già da tempo il gioco non valeva più la candela ma andavi avanti comunque.
Finisci in ospedale, finisci a guardare i libri senza leggerli, a sfogliarli nervosamente, a contare le pagine che ti separano dalla fine.
Finisci che stai sempre peggio.
Perdi tutto.
Non hai un soldo, la tua famiglia arranca, tu annaspi.
Crolla tutto e non c'è rete che tenga.
Torni a casa tua per riposare e ricominciare.
Finisci invece a desiderare di non esistere per non pensare a cosa hai sprecato.
Cercare un lavoro è la cosa più difficile da fare per una che per ora sa solo studiare.
Per una che ha sempre fatto la figlia, che non è mai stata autonoma, che ' doveva solo studiare perchè al resto ci pensa papà'.
Finisci a capire che non sai crescere. O che non vuoi che è anche peggio.
Ti servono i soldi, i lavoretti saltuari sembrano un miraggio.
Ne trovi uno da cameriera per l'estate.
Sei felice anche se ti spaccherai la schiena.
Sei felice perchè servirà a versare la caparra per un appartamento che prenderai in affitto lontano da qui.
Per ricominciare. Per riprovarci almeno.
Eppure piangi come una disperata. Piangi da strozzarti con le lacrime. Perchè non è il futuro che volevi. Nemmeno per tre mesi. Piangi perchè tu i cessi del pub non li vuoi pulire. Perchè se ci pensi vomiti già.
Piangi perchè forse ti sei inutilmente sempre sentita la regina-di-sto-cazzo.
Come scettro un taccuino, un vassoio come scudo.
Fingerai che l'amaro in bocca di stasera sia dovuto solo ad una birra troppo forte.
A fingere, in fondo, sei brava.
Non hai mai creduto si dovessero differenziare le persone in base al lavoro che fanno.
Ad ognuno la sua strada, a te la tua.
Università prestigiosa, o almeno così dicono, risultati positivi. Un futuro che cresceva sotto una buona stella.
Sei ad un passo dalla laurea specialistica, la triennale è già tutta tua.
Con fatica, anche quella tutta tua.
Stage in un grande studio penale.
Ma inizi a stare sempre peggio.
Male ci stavi già da tempo, già da tempo il gioco non valeva più la candela ma andavi avanti comunque.
Finisci in ospedale, finisci a guardare i libri senza leggerli, a sfogliarli nervosamente, a contare le pagine che ti separano dalla fine.
Finisci che stai sempre peggio.
Perdi tutto.
Non hai un soldo, la tua famiglia arranca, tu annaspi.
Crolla tutto e non c'è rete che tenga.
Torni a casa tua per riposare e ricominciare.
Finisci invece a desiderare di non esistere per non pensare a cosa hai sprecato.
Cercare un lavoro è la cosa più difficile da fare per una che per ora sa solo studiare.
Per una che ha sempre fatto la figlia, che non è mai stata autonoma, che ' doveva solo studiare perchè al resto ci pensa papà'.
Finisci a capire che non sai crescere. O che non vuoi che è anche peggio.
Ti servono i soldi, i lavoretti saltuari sembrano un miraggio.
Ne trovi uno da cameriera per l'estate.
Sei felice anche se ti spaccherai la schiena.
Sei felice perchè servirà a versare la caparra per un appartamento che prenderai in affitto lontano da qui.
Per ricominciare. Per riprovarci almeno.
Eppure piangi come una disperata. Piangi da strozzarti con le lacrime. Perchè non è il futuro che volevi. Nemmeno per tre mesi. Piangi perchè tu i cessi del pub non li vuoi pulire. Perchè se ci pensi vomiti già.
Piangi perchè forse ti sei inutilmente sempre sentita la regina-di-sto-cazzo.
Come scettro un taccuino, un vassoio come scudo.
Fingerai che l'amaro in bocca di stasera sia dovuto solo ad una birra troppo forte.
A fingere, in fondo, sei brava.
sabato 21 maggio 2011
I Segreti di Qui
Cercare di spiegare a terzi qual è il posto da cui vieni e le sue intime caratteristiche è impresa ardua.
Per giunta totalmente innecessaria.
E proprio per questo ancor più indispensabile.
Se sei fortunato nasci in una grande città e questo ti toglie circa il 70% del lavoro da fare.
Dovrai al massimo annuire sorridente alle descrizioni che gli altri faranno, oppure smantellare le certezze di chi pretende di conoscere un luogo dopo averci passato un weekend.
Ma se nasci in un paesino la faccenda si complica.
Se nasci nel mio paesino, invece, sei spacciato.
E questo è anche un vantaggio a volte: hai un alibi preconfezionato da sfoggiare in ogni occasione.
Persino gli autoctoni parlano male di altri autoctoni dicendo ' Eh, non ti dimenticare che quello è di ...'.
Con tono di rassegnazione ma anche con un distacco tale che non ti farebbe mai immaginare che anche lui ' è di...'.
Questa cosa mi ha sempre affascinato.
In fondo nascere in un luogo è una caratteristica che non puoi eliminare, potrai far finta che non sia così partendo e non tornando più, ma i documenti parleranno sempre per te.
A meno che tu non voglia entrare in un programma di protezione e ottenere una nuova identità e non sarebbe nemmeno una cattiva idea in alcuni casi.
Quando sei grasso puoi dimagrire, quando sei biondo ti puoi tingere, quando hai poco seno puoi andare dal chirurgo, quando sei basso metti i tacchi come Berlusconi, ma quando nasci qui, nasci qui.
Nascere a ''Qui'' [ nome fittizio per i meno scaltri ] ti fa essere disilluso a 3 anni.
Hai l'amaro in bocca a 8 anni e ti lamenti del governo locale a 11.
Sai che tutto è inutile, tutto è irrisolvibile e tutto è impossibile Qui.
I più temerari, perchè alcuni ne esistono, magari quelli che hanno un genitore non di Qui e quindi un patrimonio genetico parzialmente diverso dalla maggioranza, decidono di andare via da Qui e cercare fortuna altrove.
Che genere di fortuna?
La fortuna di vivere. Ebbasta.
Altri nemmeno se lo pongono il problema di andar via da Qui, forse perchè credono che non si vendano biglietti per fuggire via da Qui.
Quello che invece sicuramente a Qui si vende è la droga, tanta.
E io sono molto contenta di questo.
Non perchè sia una drogata ma perchè mi piace vedere l'effetto che la droga fa sugli abitanti di Qui.
Un tempo la droga era simbolo di trasgressione, un ponte per la casa del diavolo e rendeva persino fighi quelli che la prendevano.
A Qui no.
I drogati di Qui, ossia tutti i giovani dai 2 ai 57 anni, perchè a Qui è più o meno a quell'età che finisce l'adolescenza, sono noiosi, monotoni e ridicoli persino da drogati, figuratevi senza quelle sostanze.
Infatti io prego spesso le mafie e le camorre locali di non smettere mai con la loro attività, perchè quei rari momenti di veglia del popolo giovanile di Qui li dobbiamo solo a loro.
Spostando lo sguardo alla popolazione adulta, ossia dai 58 ai 94 anni perchè quelli di Qui sono generalmente longevi, si ha davanti tutt'altro scenario.
Si apre un mondo fantastico popolato da nani, schizofrenici, barboni, politici grassi, vigili urbani che salvano all'interno di grotte le mogli da draghi spaventosi.
Se mi metto di buzzo buono mi convinco di vivere a Twin Peaks e alcune volte vengo anche accontentata. Come quando sono al supermercato e mi accorgo che la commessa che sistema gli scaffali si chiama ''Palmer'' proprio come la Laura di Lynch (è il suo vero nome ed è originaria di Qui da generazioni) .
Sono momenti di gloria sgomenta.
Ma anche di lucidità improvvisa, la sensazione che tutti i pezzi del puzzle vadano al loro posto.
Sento che dietro tutto questo c'è una ragione anche se io non la conosco, non la capisco.
Come non capisco perchè da madre napoletana e padre romano sono finita a nascere a Qui.
O perchè dopo quasi 5 anni di vita fuori, sono tornata a Qui.
Più di tutto però non capisco cosa aspetto per andarmene di nuovo via da Qui.
Per giunta totalmente innecessaria.
E proprio per questo ancor più indispensabile.
Se sei fortunato nasci in una grande città e questo ti toglie circa il 70% del lavoro da fare.
Dovrai al massimo annuire sorridente alle descrizioni che gli altri faranno, oppure smantellare le certezze di chi pretende di conoscere un luogo dopo averci passato un weekend.
Ma se nasci in un paesino la faccenda si complica.
Se nasci nel mio paesino, invece, sei spacciato.
E questo è anche un vantaggio a volte: hai un alibi preconfezionato da sfoggiare in ogni occasione.
Persino gli autoctoni parlano male di altri autoctoni dicendo ' Eh, non ti dimenticare che quello è di ...'.
Con tono di rassegnazione ma anche con un distacco tale che non ti farebbe mai immaginare che anche lui ' è di...'.
Questa cosa mi ha sempre affascinato.
In fondo nascere in un luogo è una caratteristica che non puoi eliminare, potrai far finta che non sia così partendo e non tornando più, ma i documenti parleranno sempre per te.
A meno che tu non voglia entrare in un programma di protezione e ottenere una nuova identità e non sarebbe nemmeno una cattiva idea in alcuni casi.
Quando sei grasso puoi dimagrire, quando sei biondo ti puoi tingere, quando hai poco seno puoi andare dal chirurgo, quando sei basso metti i tacchi come Berlusconi, ma quando nasci qui, nasci qui.
Nascere a ''Qui'' [ nome fittizio per i meno scaltri ] ti fa essere disilluso a 3 anni.
Hai l'amaro in bocca a 8 anni e ti lamenti del governo locale a 11.
Sai che tutto è inutile, tutto è irrisolvibile e tutto è impossibile Qui.
I più temerari, perchè alcuni ne esistono, magari quelli che hanno un genitore non di Qui e quindi un patrimonio genetico parzialmente diverso dalla maggioranza, decidono di andare via da Qui e cercare fortuna altrove.
Che genere di fortuna?
La fortuna di vivere. Ebbasta.
Altri nemmeno se lo pongono il problema di andar via da Qui, forse perchè credono che non si vendano biglietti per fuggire via da Qui.
Quello che invece sicuramente a Qui si vende è la droga, tanta.
E io sono molto contenta di questo.
Non perchè sia una drogata ma perchè mi piace vedere l'effetto che la droga fa sugli abitanti di Qui.
Un tempo la droga era simbolo di trasgressione, un ponte per la casa del diavolo e rendeva persino fighi quelli che la prendevano.
A Qui no.
I drogati di Qui, ossia tutti i giovani dai 2 ai 57 anni, perchè a Qui è più o meno a quell'età che finisce l'adolescenza, sono noiosi, monotoni e ridicoli persino da drogati, figuratevi senza quelle sostanze.
Infatti io prego spesso le mafie e le camorre locali di non smettere mai con la loro attività, perchè quei rari momenti di veglia del popolo giovanile di Qui li dobbiamo solo a loro.
Spostando lo sguardo alla popolazione adulta, ossia dai 58 ai 94 anni perchè quelli di Qui sono generalmente longevi, si ha davanti tutt'altro scenario.
Si apre un mondo fantastico popolato da nani, schizofrenici, barboni, politici grassi, vigili urbani che salvano all'interno di grotte le mogli da draghi spaventosi.
Se mi metto di buzzo buono mi convinco di vivere a Twin Peaks e alcune volte vengo anche accontentata. Come quando sono al supermercato e mi accorgo che la commessa che sistema gli scaffali si chiama ''Palmer'' proprio come la Laura di Lynch (è il suo vero nome ed è originaria di Qui da generazioni) .
Sono momenti di gloria sgomenta.
Ma anche di lucidità improvvisa, la sensazione che tutti i pezzi del puzzle vadano al loro posto.
Sento che dietro tutto questo c'è una ragione anche se io non la conosco, non la capisco.
Come non capisco perchè da madre napoletana e padre romano sono finita a nascere a Qui.
O perchè dopo quasi 5 anni di vita fuori, sono tornata a Qui.
Più di tutto però non capisco cosa aspetto per andarmene di nuovo via da Qui.
martedì 17 maggio 2011
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