Si parlava di sogni intesi come attività onirica.
Ognuno di noi raccontava i più divertenti, i più angoscianti, i più.
La mia amica Flavia non ne aveva uno da raccontare al momento, o forse non voleva.
Così, da psicologa in erba, da sempre preferita al fumo, ci dice:
''Io dei sogni so quello che tutti sanno!''.
Ho l'impressione di non sapere mai la nozione che segue l'introduzione ''quello che tutti sanno''.
Ma questo è solo un mio debole, conseguente al fatto che mi senta sempre sotto esame.
E vale anche al contrario.
Quando qualcuno inizia una frase con ''ti dico una cosa che di sicuro non sai'' e simili, mi viene sempre da sperare di saperla quella cosa lì al solo scopo di smentire l'interlocutore.
Cosa ne sai tu di cosa so o non so io!
Ed è proprio questo mio bisogno di segnare punti sul tabellone immaginario della vita, o delle conversazioni fatte in vita, che mi spingeva in età adolescenziale a dover imparare a tutti costi la definizione del fuorigioco calcistico.
Non perché me ne fottesse realmente qualcosa ma perché a quell'età impressionava i maschi.
Non sono mai riuscita ad impararla sul serio.
A volte scrivevo anche la definizione, rubata da qualche libro o chiesta a mio padre, oramai stremato, e la ripetevo per ore ed ore con gli occhi chiusi e il corpo trasportato da un ipnotico movimento oscillatorio.
Quanto tempo sprecato!
Avrei potuto trascorrerlo a strapparmi le doppie punte come tutte le adolescenti.
Poi crescendo ho smesso di voler impressionare chi voleva che lo facessi con argomenti calcistici.
Da quel momento in poi non ho fatto grandi salti di qualità, a dire il vero.
Aspetto ancora il mio Dulbecco.
Ma ho di sicuro smussato questo infantile approccio competitivo nelle conversazioni, che tra l'altro è tipico di mio padre, con mia madre che pende incantata dalle sue labbra.
Ecco io non volevo pendere, volevo che da me si pendesse.
Ora fortunatamente mi reggo su altri equilibri.
Le conversazioni costruite in due, in tre, in quattro, in quattordici, in quaranta, in cui impari, insegni, smentisci, ti contraddici, confermi, menti, neghi, inventi, vieni zittito, ipotizzi, taci, ascolti, vai oltre, sono le mie preferite.
Ma torniamo ad Effe e a quello che tutti sanno.
Le persone protagoniste dei nostri sogni, o semplicemente gli oggetti, altro non sono che parti di noi.
Io mica lo sapevo!
Quando sogno mia zia ho sempre pensato di sognare mia zia, non la parte stronza e cattiva di me!
Sì, non stravedo per lei.
E di sicuro non lo sa neanche Ilaria che ogni due o tre mesi mi chiama e mi dice: ''Ho sognato che morivi perché una macchina ti travolgeva. Dio come piangevo! Come stai?''
Sto bene, grazie. Ma ho un po' paura ad attraversare la strada, ora.
Alla luce di questa affermazione, sconosciuta solo ad Ilaria e a me, rileggo i miei sogni con tutt'altra interpretazione.
Ho archivi di vecchi sogni da rivedere e ricatalogare.
Sarà un lungo lavoro e assolutamente necessario dato il carattere retroattivo di questa scoperta.
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lunedì 30 gennaio 2012
martedì 17 gennaio 2012
Mi ha detto mio cuGGino che da bambino una volta è morto
Maggio per molti è un mese come un altro.
In tantissimi lo trovano anche bellissimo, è il mese delle rose e dell'attesa dell'agognata bella stagione.
Maggio è per me il mese della terra che trema sotto i tuoi piedi e quando si ferma ti porta via una persona a cui vuoi molto bene. Una persona a cui, in sua assenza, ti senti ancora più legata. Un tassello che si rompe in un cerchio che ti ha sempre avvolto, sulla cui esistenza e continuità potevi contare.
Il mio maggio è il mese che dà un senso al verso di De Andrè: '' crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio.'' ma nella mia storia non c'è una guerra, una divisa o più semplicemente una causa per tutto ciò.
C'è solo l'amarezza delle domande che ti continui a porre pur sapendo che non hanno risposta. La fantasia infantile di poter tornare indietro e sistemare tutto, come in uno 'sliding doors' tutto tuo. Perché in fondo credi ancora di essere un eroe con l'intenzione di salvare tutti, di rimediare agli errori, specialmente quelli del tempo.
Forse è perché le tradizioni sono una cosa per famiglie che mio cugino decise, qualche maggio fa, di morire proprio in quel mese.
Peccato o per fortuna per lui, non ci riuscì.
Iniziò tutto con un rantolo notturno che, crescendo di intensità, impediva a mia zia, nella stanza accanto, di dormire.
Si alzò ed andò in camera di suo figlio.
Lo trovò nel suo letto rigido e cianotico, emetteva quel suono roco con una lentezza devastante e comunque troppo lontana dalla comune idea di respirazione.
Arrivò in ospedale in coma, stette molti giorni in rianimazione, giorni lunghi per chi è fuori ed entra in quello stanzone vestito con vestagliette e cuffie verdi.
Giorni che tali non erano per lui, sospeso in un limbo, affidato alle cure e alla sorte, cullato dal buio e dai rumori che, a poco a poco, riprese a sentire.
L'eroina e la cocaina assunte insieme gli avevano quasi fottuto il cuore, i polmoni, ed i reni.
E' quel quasi che lo ha salvato, oltre a quintalate di medicine suppongo.
Tra i parenti iniziò una pantomima che ricorderò a vita.
Gli occhi di alcuni di loro erano sinceramente sconvolti, come a dire: ''Come è possibile che sia successo proprio a noi? Queste sono cose da tv del pomeriggio, non esistono realmente!''.
Altri erano intenti a comunicare che ''sì, sapevano ma non fino a questo punto. Cioè, insomma credevo fosse drogato un po', non proprio tutto!''.
Altri occhi, abitualmente saccenti, ribadivano che ''sapevano sarebbe successo ma non con la dovuta precisione per poter spostare l'appuntamento dall'estetista e questo sì, ci secca abbastanza!''.
Altri invece erano sollevati '' meno male che è successo a tuo figlio e non al mio. Sulla base di un semplice calcolo delle probabilità da questo momento in poi più nessun ragazzo della nostra famiglia andrà in overdose e io potrò considerarmi un buon genitore. Oh, se così non dovesse essere, il prossimo cenone di Natale lo facciamo a San Patrignano e pazienza!''.
Alcune mie zie furono davvero brave nella recita, e non credo stessero improvvisando, penso piuttosto che dietro ci fosse un approfondito studio del copione, con prove ed esercitazioni, per arrivare a livelli sempre più alti.
Ma il premio della critica e la standing ovation va sicuramente a mio cugino più grande.
Un ragazzo oramai uomo, dotato di una grande positività, a molti test antidroga intendo.
Tornò nella sala d'attesa dopo la visita al capezzale del malato brandendo tra le mani il suo cellulare di ultima generazione, la stessa a cui vorrei appartenesse egli stesso, ed iniziò a far circolare l'aggeggio tra i parenti.
Credevo cercasse di attirare l'attenzione con l'enorme capacità di memoria per sms dell'oggetto o lo straordinario numero di megapixel della fotocamera integrata ma come al solito lo sottovalutavo.
Lui stava invece mostrando a tutti le foto appena scattate di mio cugino a petto nudo, sotto un lenzuolo bianco, con una pelle gialla ed un tubo, grande quanto quello dell'aspirapolvere, che gli usciva dalla bocca.
Pronunciava frasi da Fabrizio Corona dei poveri sulla necessità di mostrargliele una volta che avesse abbandonato il coma, sull'esigenza di stamparle e farne poster enormi.
Ho smesso di ascoltarlo prima che iniziasse a parlare della retrospettiva fotografica che era intenzionato a mettere su.
Ho cercato di estraniarmi ancora di più, non provando nemmeno a nascondere il mio sguardo spaesato.
Una settimana dopo, sempre in quel mese di maggio, mio cugino uscì dal coma.
Con il cuore di un ottantenne obeso e fumatore, la faccia ancora più lontana dalla realtà, e i disturbi di chi è in astinenza.
Sembrerebbe una storia di droga a lieto fine.
In realtà non lo è, e non so se esistano o meno.
L'educazione borghese che ho ricevuto mi porta ad essere sfiduciata.
Ma i dati concreti non mi contraddicono.
Mio cugino ha iniziato a frequentare il sert con regolarità, facendo amicizia con il metadone, avvicinandosi ancora, spesso e volentieri, alla cocaina e all'eroina, spero non di nuovo in combo.
Ha iniziato a rubare i soldi che gli vengono ora negati.
Li ruba in casa e fuori, per essere equo.
Ha iniziato a parlare di comunità, e di un gennaio, nel quale ci entrerà perché 'ora è veramente intenzionato a cambiare'.
Ed io ho capito che gennaio per i drogati è come lunedì per i sovrappeso: un inizio ipotetico.
In tantissimi lo trovano anche bellissimo, è il mese delle rose e dell'attesa dell'agognata bella stagione.
Maggio è per me il mese della terra che trema sotto i tuoi piedi e quando si ferma ti porta via una persona a cui vuoi molto bene. Una persona a cui, in sua assenza, ti senti ancora più legata. Un tassello che si rompe in un cerchio che ti ha sempre avvolto, sulla cui esistenza e continuità potevi contare.
Il mio maggio è il mese che dà un senso al verso di De Andrè: '' crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio.'' ma nella mia storia non c'è una guerra, una divisa o più semplicemente una causa per tutto ciò.
C'è solo l'amarezza delle domande che ti continui a porre pur sapendo che non hanno risposta. La fantasia infantile di poter tornare indietro e sistemare tutto, come in uno 'sliding doors' tutto tuo. Perché in fondo credi ancora di essere un eroe con l'intenzione di salvare tutti, di rimediare agli errori, specialmente quelli del tempo.
Forse è perché le tradizioni sono una cosa per famiglie che mio cugino decise, qualche maggio fa, di morire proprio in quel mese.
Peccato o per fortuna per lui, non ci riuscì.
Iniziò tutto con un rantolo notturno che, crescendo di intensità, impediva a mia zia, nella stanza accanto, di dormire.
Si alzò ed andò in camera di suo figlio.
Lo trovò nel suo letto rigido e cianotico, emetteva quel suono roco con una lentezza devastante e comunque troppo lontana dalla comune idea di respirazione.
Arrivò in ospedale in coma, stette molti giorni in rianimazione, giorni lunghi per chi è fuori ed entra in quello stanzone vestito con vestagliette e cuffie verdi.
Giorni che tali non erano per lui, sospeso in un limbo, affidato alle cure e alla sorte, cullato dal buio e dai rumori che, a poco a poco, riprese a sentire.
L'eroina e la cocaina assunte insieme gli avevano quasi fottuto il cuore, i polmoni, ed i reni.
E' quel quasi che lo ha salvato, oltre a quintalate di medicine suppongo.
Tra i parenti iniziò una pantomima che ricorderò a vita.
Gli occhi di alcuni di loro erano sinceramente sconvolti, come a dire: ''Come è possibile che sia successo proprio a noi? Queste sono cose da tv del pomeriggio, non esistono realmente!''.
Altri erano intenti a comunicare che ''sì, sapevano ma non fino a questo punto. Cioè, insomma credevo fosse drogato un po', non proprio tutto!''.
Altri occhi, abitualmente saccenti, ribadivano che ''sapevano sarebbe successo ma non con la dovuta precisione per poter spostare l'appuntamento dall'estetista e questo sì, ci secca abbastanza!''.
Altri invece erano sollevati '' meno male che è successo a tuo figlio e non al mio. Sulla base di un semplice calcolo delle probabilità da questo momento in poi più nessun ragazzo della nostra famiglia andrà in overdose e io potrò considerarmi un buon genitore. Oh, se così non dovesse essere, il prossimo cenone di Natale lo facciamo a San Patrignano e pazienza!''.
Alcune mie zie furono davvero brave nella recita, e non credo stessero improvvisando, penso piuttosto che dietro ci fosse un approfondito studio del copione, con prove ed esercitazioni, per arrivare a livelli sempre più alti.
Ma il premio della critica e la standing ovation va sicuramente a mio cugino più grande.
Un ragazzo oramai uomo, dotato di una grande positività, a molti test antidroga intendo.
Tornò nella sala d'attesa dopo la visita al capezzale del malato brandendo tra le mani il suo cellulare di ultima generazione, la stessa a cui vorrei appartenesse egli stesso, ed iniziò a far circolare l'aggeggio tra i parenti.
Credevo cercasse di attirare l'attenzione con l'enorme capacità di memoria per sms dell'oggetto o lo straordinario numero di megapixel della fotocamera integrata ma come al solito lo sottovalutavo.
Lui stava invece mostrando a tutti le foto appena scattate di mio cugino a petto nudo, sotto un lenzuolo bianco, con una pelle gialla ed un tubo, grande quanto quello dell'aspirapolvere, che gli usciva dalla bocca.
Pronunciava frasi da Fabrizio Corona dei poveri sulla necessità di mostrargliele una volta che avesse abbandonato il coma, sull'esigenza di stamparle e farne poster enormi.
Ho smesso di ascoltarlo prima che iniziasse a parlare della retrospettiva fotografica che era intenzionato a mettere su.
Ho cercato di estraniarmi ancora di più, non provando nemmeno a nascondere il mio sguardo spaesato.
Una settimana dopo, sempre in quel mese di maggio, mio cugino uscì dal coma.
Con il cuore di un ottantenne obeso e fumatore, la faccia ancora più lontana dalla realtà, e i disturbi di chi è in astinenza.
Sembrerebbe una storia di droga a lieto fine.
In realtà non lo è, e non so se esistano o meno.
L'educazione borghese che ho ricevuto mi porta ad essere sfiduciata.
Ma i dati concreti non mi contraddicono.
Mio cugino ha iniziato a frequentare il sert con regolarità, facendo amicizia con il metadone, avvicinandosi ancora, spesso e volentieri, alla cocaina e all'eroina, spero non di nuovo in combo.
Ha iniziato a rubare i soldi che gli vengono ora negati.
Li ruba in casa e fuori, per essere equo.
Ha iniziato a parlare di comunità, e di un gennaio, nel quale ci entrerà perché 'ora è veramente intenzionato a cambiare'.
Ed io ho capito che gennaio per i drogati è come lunedì per i sovrappeso: un inizio ipotetico.
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giovedì 22 dicembre 2011
Per questo post non ho un titolo
Le cose più belle le scrivo la notte.
Non su carta, e neanche sul pc.
Ma nella mente in dormiveglia, sulle mie labbra stanche.
Cose che nessuno leggerà mai.
Al mattino sono diversa, molto più banale e molto meno simpatica.
La notte invece mi piaccio.
Mi appartengo.
Mi ricongiungo con la parte profonda di me.
Quella che nessuno conoscerà e che anche io, a volte, stento a riconoscere.
Non su carta, e neanche sul pc.
Ma nella mente in dormiveglia, sulle mie labbra stanche.
Cose che nessuno leggerà mai.
Al mattino sono diversa, molto più banale e molto meno simpatica.
La notte invece mi piaccio.
Mi appartengo.
Mi ricongiungo con la parte profonda di me.
Quella che nessuno conoscerà e che anche io, a volte, stento a riconoscere.
venerdì 21 ottobre 2011
Scusate il ritardo!
Sono stata a Milano la scorsa settimana.
L'ansia a tratti raggiungeva picchi altissimi.
Do il peggio di me lì.
Non è colpa del luogo.
E' a causa del fatto che ho trascorso lì alcuni dei miei anni più brutti.
Per ora.
- l'ottimismo è il profumo della vita-.
Non è uno di quei posti in cui non vivrei mai.
Ad esempio sotto xanax ci vivrei, quindi non è da escludere.
Sono andata a prendere tutte le mie cose nella casa vecchia.
Con un ritardo di 2 anni.
Ognuno ha i suoi tempi.
I miei, a volte, sono morti.
Altre sono frenetici.
E' l'equilibrio che mi manca.
Perciò sono simpatica.
Sono andata nella casa in cui vivevo con il mio ecs.
Ho iniziato la convivenza con lui dopo esserci lasciati.
E' stata una scelta veramente intelligente ed utilissima, ad esempio prima non sapevo cosa fosse la colite.
Bugia!
Lo sapevo anche prima, ma non immaginavo potesse avere effetti così devastanti.
Ne approfitto per mandare un saluto al mio intestino e a tutti quelli che mi conoscono.
Lui ora in quella casa ci vive con la sua nuova fidanzata.
Casa vecchia, fidanzata nuova.
Lei è stata per tutto il tempo fredda, silenziosa e distante.
L'unico contatto tra noi avveniva nel momento in cui mi rivolgeva occhiate truci.
Onestamente non ne capisco il motivo visto che sono 2 anni che non mi inculo il suo attuale ragazzo, mio ecs, e di conseguenza non mi inculo lei.
Niente di niente. Nemmeno un sms per Natale o per il compleanno.
Un compleanno può sfuggire ma cazzo che è Natale te ne accorgi!
Se non bussa alla tua porta il tuo senso cristiano/cattolico quanto meno citofona quello del consumismo!
Tutti però mi hanno detto che è normale che mi trattasse così e quindi, ora, lo penso anche io.
Non perché mi faccia influenzare ma perché mi sento rassicurata da questo pensiero condiviso.
E quando dico 'tutti' non intendo riferirmi ai risultati di un sondaggio istat ma alle 7 persone a cui l'ho detto.
8 vah, esageriamo!
Il mio ecs aveva impacchettato tutta la mia roba in 7 scatoloni ed un borsone.
E li aveva messi tutti giù alle scale dello stabile, come a voler dire '' caricateli in macchina e levati dai coglioni''.
Allora io, che amo il linguaggio non verbale e leggere tra le righe, ho detto a chi era in auto con me :
'' Oi carichiamoceli in macchina e leviamoci dai coglioni''.
L'altra persona, evidentemente perspicace almeno quanto me, era stata d'accordo.
E così li infiliamo in macchina con un tetris da 10000 punti e stiamo per andare via quando...
Il mio ecs preso da una necessità immotivata di falsa cortesia propone un caffè in casa.
La persona che era con me accetta volentieri.
E io dico '' ah prendiamo un caffè?!'' come a dire '' Allora che cazzo ci siamo messi d'accordo a fare prima?!''
Entriamo in casa, avevo per le scale una tachicardia da record che sicuramente non era dovuta soltanto alla mia emoglobina bassa.
Varco l'uscio e la casa era lì, sempre lei, sempre bella ma arredata diversamente.
Arredata con un gusto a metà strada tra una vecchia novantenne e China Town.
Tutto faceva cacare, anche quello che prima era bello perché ora cozzava con tutto quel made in China.
C'era una tovaglia plastificata con disegni osceni, girasoli e insetti vari, sul bellissimo tavolo in vetro come a dire: '' Cazzo questo è un bel tavolo, compriamolo altrimenti facciamo bella figura!''.
Alla parete c'era un orologio che riproduceva le entrate di un saloon.
Sul divano bianco c'era una specie di grand foulard con i colori sporchi, sembrava la coperta del cane.
Al muro un quadro che voleva ricordare Klimt.
Anzi no.
Era la riproduzione della diarrea di Klimt dopo aver mangiato messicano a pranzo e minestrone a cena.
Ne sono sicura.
Ci offre il caffè e mi porge la zuccheriera.
Stavo per morire.
Era un'enorme mela, rossa, lucida, smaltata, kitschissima per farle un complimento.
Il picciolo era il manico del coperchio che una volta sollevato ti permetteva di vedere il cucchiaino.
Già, il cucchiaino.
Era un verme, il verme della mela.
Tutto ondulato e con la testa ampia per permettere ai granelli di starci dentro.
Veniva fuori da un buchino dal quale avrei preferito non uscisse mai.
Il verme aveva una faccia ebete, ma di sicuro un quoziente intellettivo maggiore di chi aveva compiuto l'acquisto.
Il caffè comunque era buono.
Mi viene da fare pipì.
Strano che attorniata da tanta bellezza non abbia avuto altri stimoli!
Comunico la mia necessità e la fidanzata, con i modi tipici di chi fa di tutto per non farti sentire a tuo agio, mi indica dov'è il bagno.
Avrei potuto rispondere che avevo utilizzato quel bagno per 4 anni e non solo da due mesi come lei.
Avrei potuto dimostrare la mia territorialità in maniera più evidente ma mi è bastata una pisciatina.
Buttata lì.
Anche con disprezzo.
Siamo andati via.
E io ho pianto.
Di gioia e di tristezza insieme.
Di rabbia forse, per il vermetto della mela, per le tende con le farfalle attaccate su che avevano spodestato quelle scelte da me.
Ho pianto anche per la coperta di pizzo color salmone che campeggiava sul loro letto matrimoniale che ha preso il posto del mio singolo.
Ho pianto perché era tutto così ridicolo.
E dopo infatti ho riso.
Ho tirato un sospiro di sollievo, e mi sono sentita leggera e ricompattata.
Avevo tutte le mie cose di nuovo con me.
Arrivata a casa, ho aperto gli scatoloni e buttato, o regalato, quasi tutto.
Non mi interessa tenerle quelle cose, ora non mi appartengono più.
Volevo solo ridisporne per potermene liberare.
Volevo solo riaverle per decidere di non usarle più.
Volevo sentirle mie.
Sono stata sorpresa quando all'interno dei pacchi ho trovato tutto tranne: 3 piumoni, migliaia di asciugamani, i miei accappatoi, foto importantissime per me, e la mia Emma Bunton.
Emma è, o forse era, la mia coperta di Linus.
Una coperta di peluche rosa shocking con un meraviglioso albero disegnato su.
Era una coperta non apprezzabile da tutti forse ma con un significato profondo per me.
Avevamo visto mille film insieme, letto duecento libri, chiacchierato al telefono, inveito contro la tv, sorseggiato tisane bollenti avvolte l'una nel calore dell'altra.
E ora?
Non so dove sia, telefono al mio ecs e lui non mi risponde.
Gli invio sms e lui ugualmente non risponde.
Perché non mi dice che ha buttato via la mia coperta del cuore?
Voglio sapere la verità.
Anche se amara, anche se significa sapere che ora scalda un senzatetto alla stazione centrale.
Ho fatto l'unico errore di non metterla in valigia due anni fa e ora ne pago le conseguenze.
Anche quella di capire che forse voglio solo quello che non ho.
L'ansia a tratti raggiungeva picchi altissimi.
Do il peggio di me lì.
Non è colpa del luogo.
E' a causa del fatto che ho trascorso lì alcuni dei miei anni più brutti.
Per ora.
- l'ottimismo è il profumo della vita-.
Non è uno di quei posti in cui non vivrei mai.
Ad esempio sotto xanax ci vivrei, quindi non è da escludere.
Sono andata a prendere tutte le mie cose nella casa vecchia.
Con un ritardo di 2 anni.
Ognuno ha i suoi tempi.
I miei, a volte, sono morti.
Altre sono frenetici.
E' l'equilibrio che mi manca.
Perciò sono simpatica.
Sono andata nella casa in cui vivevo con il mio ecs.
Ho iniziato la convivenza con lui dopo esserci lasciati.
E' stata una scelta veramente intelligente ed utilissima, ad esempio prima non sapevo cosa fosse la colite.
Bugia!
Lo sapevo anche prima, ma non immaginavo potesse avere effetti così devastanti.
Ne approfitto per mandare un saluto al mio intestino e a tutti quelli che mi conoscono.
Lui ora in quella casa ci vive con la sua nuova fidanzata.
Casa vecchia, fidanzata nuova.
Lei è stata per tutto il tempo fredda, silenziosa e distante.
L'unico contatto tra noi avveniva nel momento in cui mi rivolgeva occhiate truci.
Onestamente non ne capisco il motivo visto che sono 2 anni che non mi inculo il suo attuale ragazzo, mio ecs, e di conseguenza non mi inculo lei.
Niente di niente. Nemmeno un sms per Natale o per il compleanno.
Un compleanno può sfuggire ma cazzo che è Natale te ne accorgi!
Se non bussa alla tua porta il tuo senso cristiano/cattolico quanto meno citofona quello del consumismo!
Tutti però mi hanno detto che è normale che mi trattasse così e quindi, ora, lo penso anche io.
Non perché mi faccia influenzare ma perché mi sento rassicurata da questo pensiero condiviso.
E quando dico 'tutti' non intendo riferirmi ai risultati di un sondaggio istat ma alle 7 persone a cui l'ho detto.
8 vah, esageriamo!
Il mio ecs aveva impacchettato tutta la mia roba in 7 scatoloni ed un borsone.
E li aveva messi tutti giù alle scale dello stabile, come a voler dire '' caricateli in macchina e levati dai coglioni''.
Allora io, che amo il linguaggio non verbale e leggere tra le righe, ho detto a chi era in auto con me :
'' Oi carichiamoceli in macchina e leviamoci dai coglioni''.
L'altra persona, evidentemente perspicace almeno quanto me, era stata d'accordo.
E così li infiliamo in macchina con un tetris da 10000 punti e stiamo per andare via quando...
Il mio ecs preso da una necessità immotivata di falsa cortesia propone un caffè in casa.
La persona che era con me accetta volentieri.
E io dico '' ah prendiamo un caffè?!'' come a dire '' Allora che cazzo ci siamo messi d'accordo a fare prima?!''
Entriamo in casa, avevo per le scale una tachicardia da record che sicuramente non era dovuta soltanto alla mia emoglobina bassa.
Varco l'uscio e la casa era lì, sempre lei, sempre bella ma arredata diversamente.
Arredata con un gusto a metà strada tra una vecchia novantenne e China Town.
Tutto faceva cacare, anche quello che prima era bello perché ora cozzava con tutto quel made in China.
C'era una tovaglia plastificata con disegni osceni, girasoli e insetti vari, sul bellissimo tavolo in vetro come a dire: '' Cazzo questo è un bel tavolo, compriamolo altrimenti facciamo bella figura!''.
Alla parete c'era un orologio che riproduceva le entrate di un saloon.
Sul divano bianco c'era una specie di grand foulard con i colori sporchi, sembrava la coperta del cane.
Al muro un quadro che voleva ricordare Klimt.
Anzi no.
Era la riproduzione della diarrea di Klimt dopo aver mangiato messicano a pranzo e minestrone a cena.
Ne sono sicura.
Ci offre il caffè e mi porge la zuccheriera.
Stavo per morire.
Era un'enorme mela, rossa, lucida, smaltata, kitschissima per farle un complimento.
Il picciolo era il manico del coperchio che una volta sollevato ti permetteva di vedere il cucchiaino.
Già, il cucchiaino.
Era un verme, il verme della mela.
Tutto ondulato e con la testa ampia per permettere ai granelli di starci dentro.
Veniva fuori da un buchino dal quale avrei preferito non uscisse mai.
Il verme aveva una faccia ebete, ma di sicuro un quoziente intellettivo maggiore di chi aveva compiuto l'acquisto.
Il caffè comunque era buono.
Mi viene da fare pipì.
Strano che attorniata da tanta bellezza non abbia avuto altri stimoli!
Comunico la mia necessità e la fidanzata, con i modi tipici di chi fa di tutto per non farti sentire a tuo agio, mi indica dov'è il bagno.
Avrei potuto rispondere che avevo utilizzato quel bagno per 4 anni e non solo da due mesi come lei.
Avrei potuto dimostrare la mia territorialità in maniera più evidente ma mi è bastata una pisciatina.
Buttata lì.
Anche con disprezzo.
Siamo andati via.
E io ho pianto.
Di gioia e di tristezza insieme.
Di rabbia forse, per il vermetto della mela, per le tende con le farfalle attaccate su che avevano spodestato quelle scelte da me.
Ho pianto anche per la coperta di pizzo color salmone che campeggiava sul loro letto matrimoniale che ha preso il posto del mio singolo.
Ho pianto perché era tutto così ridicolo.
E dopo infatti ho riso.
Ho tirato un sospiro di sollievo, e mi sono sentita leggera e ricompattata.
Avevo tutte le mie cose di nuovo con me.
Arrivata a casa, ho aperto gli scatoloni e buttato, o regalato, quasi tutto.
Non mi interessa tenerle quelle cose, ora non mi appartengono più.
Volevo solo ridisporne per potermene liberare.
Volevo solo riaverle per decidere di non usarle più.
Volevo sentirle mie.
Sono stata sorpresa quando all'interno dei pacchi ho trovato tutto tranne: 3 piumoni, migliaia di asciugamani, i miei accappatoi, foto importantissime per me, e la mia Emma Bunton.
Emma è, o forse era, la mia coperta di Linus.
Una coperta di peluche rosa shocking con un meraviglioso albero disegnato su.
Era una coperta non apprezzabile da tutti forse ma con un significato profondo per me.
Avevamo visto mille film insieme, letto duecento libri, chiacchierato al telefono, inveito contro la tv, sorseggiato tisane bollenti avvolte l'una nel calore dell'altra.
E ora?
Non so dove sia, telefono al mio ecs e lui non mi risponde.
Gli invio sms e lui ugualmente non risponde.
Perché non mi dice che ha buttato via la mia coperta del cuore?
Voglio sapere la verità.
Anche se amara, anche se significa sapere che ora scalda un senzatetto alla stazione centrale.
Ho fatto l'unico errore di non metterla in valigia due anni fa e ora ne pago le conseguenze.
Anche quella di capire che forse voglio solo quello che non ho.
venerdì 7 ottobre 2011
Il lato tragico
In sala d'attesa leggevo un articolo che parlava dei giovani italiani che non fanno più figli e come tutto ciò dipenda dalla crisi economica.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
Tutto noto, tutto molto triste.
Un tessuto che invecchia senza rigenerarsi.
Cellule nuove che mancano perché chi dovrebbe riprodursi ha paura, è spaesato, non ha certezza per il proprio futuro figuriamoci per quello di un suo successore.
Io di figli ne ho due.
La femmina è la più grande, ha 56 anni ma va ancora alla scuola materna. Anno dopo anno si impegna eppure è ancora lì, prima con quelli di tre anni, poi con quelli di quattro e infine con quelli di cinque. Finito il ciclo si ricomincia. Non piange ogni mattina quando deve andare a scuola, ma in fondo vorrebbe e se lo facesse non mi meraviglierei.
Io ho pianto sempre, per anni, con constanza.
Il maschio invece ne ha 54 di anni, ed è più precoce di sua sorella, è infatti già in pensione. Cerca sempre di tenersi occupato con mille attività che mutano spesso, nel tempo e nello spazio, e che solo al termine delle stesse, solitamente termine anticipato autonomamente perché si scoraggia facilmente, ci permettono di comprendere quanti danni hanno prodotto.
E' un mestiere difficile quello del genitore.
La mia poi di genitorialità è quasi tragica.
Una tragedia con mille facce, perché quest'ultima di facce non ne ha solo due, come la medaglia, ma molte, molte di più.
Da qualsiasi lato si guardi la faccenda la sua natura non muta, si colgono solo nuovi lati.
Diversamente ma ugualmente tragici, a voler essere pleonastici.
giovedì 6 ottobre 2011
Caccole e Cereali
Esse, 9 anni.
'' Ho un po' fame, cosa hai per fare merenda? hai una merendina, un gelato, la nutella? ''.
Io: '' sì, la nutella ce l'ho ''.
Esse '' allora mi fai un tramezzino con la nutella, senza la scorza e a forma di triangolo?!''
Io '' mmm, va bene!''
Vado, prendo il pane ai 5 cereali, lo spalmo di nutella, lo richiudo con l'altra fetta, elimino i bordi più scuri che mangio e lo taglio in triangolini precisi con estrema cura.
Ritorno.
Esse '' Oh grazie! ma... ma questo pane è pieno di semini, me li togli tutti? ''
Io '' No esse, non posso togliere tutti i semini! Sono dei cereali ed è un pane ai cereali! Li deve avere! ''.
Esse: '' Ma dai che ti costa?! ''
Io '' Ma no, perderei mezza giornata, perderei la vista e non è igienico! Facciamo così: assaggia e se non ti piace proprio non lo mangi! ''
Esse assaggia ed esclama '' Madonna è buonissimo, è squisito! sa di caccole e cereali! ''
Lo ha divorato.
'' Ho un po' fame, cosa hai per fare merenda? hai una merendina, un gelato, la nutella? ''.
Io: '' sì, la nutella ce l'ho ''.
Esse '' allora mi fai un tramezzino con la nutella, senza la scorza e a forma di triangolo?!''
Io '' mmm, va bene!''
Vado, prendo il pane ai 5 cereali, lo spalmo di nutella, lo richiudo con l'altra fetta, elimino i bordi più scuri che mangio e lo taglio in triangolini precisi con estrema cura.
Ritorno.
Esse '' Oh grazie! ma... ma questo pane è pieno di semini, me li togli tutti? ''
Io '' No esse, non posso togliere tutti i semini! Sono dei cereali ed è un pane ai cereali! Li deve avere! ''.
Esse: '' Ma dai che ti costa?! ''
Io '' Ma no, perderei mezza giornata, perderei la vista e non è igienico! Facciamo così: assaggia e se non ti piace proprio non lo mangi! ''
Esse assaggia ed esclama '' Madonna è buonissimo, è squisito! sa di caccole e cereali! ''
Lo ha divorato.
martedì 6 settembre 2011
Autocitazioni
Il vero capodanno è a settembre.
Il reale giro di boa.
A gennaio si stappa lo spumante e si sbagliano le date finendole sempre con l'anno precedente ma niente di più.
Settembre invece.
Mese atroce e bellissimo.
La malinconia della fine di una stagione, la paura dell'inizio di quella nuova.
Settembre era la scuola.
Settembre erano i mal di pancia del mal di scuola.
Settembre era l'angoscia di riprendere la vita in ritmi stabiliti, senza l'anarchia dell'estate.
Settembre era il caldo di agosto con i vestiti per bene addosso, adatti a stare in classe.
Settembre era mamma che mi toglieva le ultime ore di sonno per riabituarmi a svegliarmi presto al mattino.
Settembre era il libro delle vacanze ignorato per mesi e completato a tempi record in pochi giorni.
Settembre era la pelle che si sbiancava e l'umore che si ingrigiva.
Settembre era la lista di nuovi propositi.
Settembre era il continuo delle cose lasciate in giugno.
Settembre era dimenticarsi degli amici del mare fino al prossimo caldo.
Settembre erano i professori abbronzati e il sorriso che mi veniva immaginandoli col costumino.
Settembre era di nuovo Milano.
Settembre era qualche pioggia profumata, non a Milano.
Settembre era il primo acquisto di una sciarpa nuova.
Settembre era il momento in cui smettevi di dire '' no, quello lo do a settembre!''
Settembre era il corpo al lavoro e la testa in vacanza.
Settembre è e non era.
E forse sempre sarà.
Il reale giro di boa.
A gennaio si stappa lo spumante e si sbagliano le date finendole sempre con l'anno precedente ma niente di più.
Settembre invece.
Mese atroce e bellissimo.
La malinconia della fine di una stagione, la paura dell'inizio di quella nuova.
Settembre era la scuola.
Settembre erano i mal di pancia del mal di scuola.
Settembre era l'angoscia di riprendere la vita in ritmi stabiliti, senza l'anarchia dell'estate.
Settembre era il caldo di agosto con i vestiti per bene addosso, adatti a stare in classe.
Settembre era mamma che mi toglieva le ultime ore di sonno per riabituarmi a svegliarmi presto al mattino.
Settembre era il libro delle vacanze ignorato per mesi e completato a tempi record in pochi giorni.
Settembre era la pelle che si sbiancava e l'umore che si ingrigiva.
Settembre era la lista di nuovi propositi.
Settembre era il continuo delle cose lasciate in giugno.
Settembre era dimenticarsi degli amici del mare fino al prossimo caldo.
Settembre erano i professori abbronzati e il sorriso che mi veniva immaginandoli col costumino.
Settembre era di nuovo Milano.
Settembre era qualche pioggia profumata, non a Milano.
Settembre era il primo acquisto di una sciarpa nuova.
Settembre era il momento in cui smettevi di dire '' no, quello lo do a settembre!''
Settembre era il corpo al lavoro e la testa in vacanza.
Settembre è e non era.
E forse sempre sarà.
giovedì 28 luglio 2011
Tutti
Tutti parlano d'amore, in fondo.
mercoledì 27 luglio 2011
Terrore sul web
Le ricerche sul web sono indubbiamente utili.
Quotidianamente necessarie.
Soprattutto per alimentare le tue paure appena queste tentino d'affievolirsi.
E succede che una storia di cronaca, una tra mille, ti metta un'angoscia enorme addosso.
E non scoppi in lacrime solo perché la sindrome premestruale è lontana.
Un anziano vive DA SOLO.
Si sente male e va in ospedale DA SOLO.
Lì muore DA SOLO.
L'ospedale cerca di rintracciare i parenti ma non trova nessuno.
Così rimane in obitorio per giorni DA SOLO.
Fino a quando non celebrano i funerali a cui, naturalmente, nessuno va.
I nipoti dopo un mesetto che non lo sentivano si ricordano della sua esistenza.
Lo chiamano, inutilmente.
Suonano alla sua porta, inutilmente.
Fanno sfondare dai vigili del fuoco la porta della sua casa vuota.
Iniziano le indagini e da lì a poco si svela il mistero.
La sparizione diventa una morte in solitario.
Questa morte senza lacrime mi fa male.
Mi fa odiare i suoi nipoti.
E mi terrorizza.
Per me.
E Papà, anche se non leggi qui, lo so che quando scherziamo, nella maniera stupida che piace a noi, io ti dico sempre che non te lo cambierò il catetere ma non è vero:
te lo cambio!
te lo cambio!
E smettila di grattarti!
Quotidianamente necessarie.
Soprattutto per alimentare le tue paure appena queste tentino d'affievolirsi.
E succede che una storia di cronaca, una tra mille, ti metta un'angoscia enorme addosso.
E non scoppi in lacrime solo perché la sindrome premestruale è lontana.
Un anziano vive DA SOLO.
Si sente male e va in ospedale DA SOLO.
Lì muore DA SOLO.
L'ospedale cerca di rintracciare i parenti ma non trova nessuno.
Così rimane in obitorio per giorni DA SOLO.
Fino a quando non celebrano i funerali a cui, naturalmente, nessuno va.
I nipoti dopo un mesetto che non lo sentivano si ricordano della sua esistenza.
Lo chiamano, inutilmente.
Suonano alla sua porta, inutilmente.
Fanno sfondare dai vigili del fuoco la porta della sua casa vuota.
Iniziano le indagini e da lì a poco si svela il mistero.
La sparizione diventa una morte in solitario.
Questa morte senza lacrime mi fa male.
Mi fa odiare i suoi nipoti.
E mi terrorizza.
Per me.
E Papà, anche se non leggi qui, lo so che quando scherziamo, nella maniera stupida che piace a noi, io ti dico sempre che non te lo cambierò il catetere ma non è vero:
te lo cambio!
te lo cambio!
E smettila di grattarti!
venerdì 15 luglio 2011
Non lo farei comunque.
''Ho sempre desiderato fare l'amore con la Venere di Milo...''
''Non posso fermarti, non ho le braccia.''
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